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I crucci che assillano il Quirinale

Nei palazzi invece ci si interroga se il referendum avvicina o no le elezioni e se il Quirinale scioglierebbe o aspetterebbe il voto con un governo tecnico
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Pur con la serenità che sempre improntano i discorsi di Sergio Mattarella, e che spira dalla sua stessa persona, si respirava qualche rassegnazione, mercoledì scorso al Quirinale. Nel discorso alle Alte Cariche, tutte assise davanti a lui a parte due habitué dell’assenza nel Salone dei Corazzieri come Matteo Renzi e Matteo Salvini, Mattarella spingeva la politica a prendere consapevolezza di sé, a guardare progettualmente al futuro in nome della stessa ragione sociale delle istituzioni e di chi ne fa parte: risolvere i problemi del cittadino.

Ma la giornata, le ultime giornate, non erano state foriere di buone novelle. L’incrocio micidiale del referendum contro il taglio dei parlamentari e il ricorso alla Consulta col quale la Lega vorrebbe dotare l’Italia di una legge elettorale uninominale secca concepita sforbiciando qua e là piuttosto che costruendo ( metodo manipolatorio che, sia detto per inciso, potrebbe anche portarla a non superare la soglia dell’ammissibilità) preannunciano notoriamente ed evidentemente ulteriore instabilità politica.

Proprio tutto il contrario dell’habitat, dell’humus, perfino del sentimento di cui il Paese ha urgente bisogno. Oltre alla più impellente delle esigenze: “Risolvere i problemi dei cittadini”, scandisce con un tono grave nella voce il Presidente. A cominciare dal lavoro. Lavoro che manca, lavoro che “quando c’è è sottopagato”, lavoro – ripete Mattarella- soprattutto per chi maggiormente ne soffre l’assenza: le donne, e i giovani.

Di più: i giovani e le donne del Sud. Il sottotesto, il non detto, è che persi nelle beghe quotidiane come nel ridisegno delle regole con cui pezzi della politica cercano di volta in volta di limitare il campo degli altri, ci si dimentica proprio della ragione per cui politica e istituzioni esistono: risolvere i problemi dei cittadini, costruire un futuro per il Paese. È il futuro, naturalmente, “è già cominciato”: il futuro lo determinano le azioni dell’oggi.

Chi riveste ruoli istituzionali deve avvertire la responsabilità di farlo in nome e per conto dei cittadini”, e a elevare lo sguardo verso la necessità di dare un futuro al Paese, “il bene comune è bene di tutti, nessuno escluso, e chi è chiamato al compito di governare esprime, certo, gli orientamenti della maggioranza, ma con il dovere di rispettare e garantire la libertà e di diritti degli altri, delle minoranze”, avverte Mattarella.

Ma mentre scandisce queste parole, ad ascoltarlo non c’è per l’appunto né il Matteo che tiene mediaticamente e non solo sulle corde il governo a ogni passo, né il Matteo che ha espletato ed espleta la massima capacità divisiva nel Paese, a cominciare dalla paura del diverso a qualunque livello. Ad ascoltare il monito presidenziale nel Salone dei Corazzieri – il monito del discorso alle Alte Cariche come quello precedentemente contenuto negli auguri al corpo diplomatico, il no a “pretesi interessi nazionali” e l’esortazione verso l’Europa, “casa nostra”, come destino – c’è per la Lega Giancarlo Giorgetti. Proprio l’autore, a quanto si dice, della sortita salviniana di una combutta dei due Mattei per sostituire il Conte2 con un governissimo Renzi- Salvini. Una boutade durata lo spazio di una valigetta 24 ore, ma che è servita come altra legna al fuoco proprio per il quel che per la politica italiana sembra esser diventato un destino: le fibrillazioni.

E dunque mentre il capo dello Stato fa il suo lavoro, indica il “preparare il futuro” e “risolvere i problemi dei cittadini” come via maestra, la politica vive di liti e bagatelle, di ripicche e incongruenze, di divisioni e retropensieri. Ovunque, nel pubblico dibattito come nei conciliaboli, e ovviamente anche ai margini del più importante discorso politico del capo dello Stato, quale è quello per gli auguri di fine anno alle Alte Cariche. Che farebbe Mattarella se davvero la tempistica del referendum contro il taglio dei parlamentari favorisse le elezioni anticipate? Scioglierebbe le Camere, o nell’attesa del referendum appronterebbe un governo di impronta tecnica?

La risposta al quesito che agita i Palazzi naturalmente non c’è. Non la si può evidentemente nemmeno supporre, tanto essa è condizionata dal contingente, ed essendo come è noto dipendente dall’esercizio pieno ed esclusivo in materia dei poteri che la Costituzione attribuisce al capo dello Stato. Ma la risposta circolava e circola, surrealmente espressa proprio dai politici. Quelli che han maggiormente da temere le elezioni, come i renziani o i berlusconiani che non voglion morire leghisti, si dicono sicuri che Mattarella eserciterebbe i suoi poteri approntando un altro governo.

Quelli che si sentono la vittoria in tasca ti dicono invece con sicumera che il presidente scioglierebbe le Camere. Surreale, appunto. E ci si può solo immaginare con quale sconcerto si seguano dal Colle tutte queste contorsioni, mentre il Paese aspetta risposte a problemi urgenti. “l’Italia ha grandi potenzialità” ha scandito il presidente davanti ai politici.

Perché non vi occupate del suo futuro “impegnandovi intensamente”, come siete chiamati a fare? Perché non vi misurate “con la complessità dei problemi”, perché non prendete decisioni, perché non stabilite le priorità e non concentrate le risorse sui settori strategici per il nostro futuro, tenendo conto degli effetti non solo immediati? Perché vi occupate solo, tutti e ciascuno, solo del vostro personale destino?

 

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