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4 bis, audizione in Antimafia dopo la sentenza della Consulta

Audizioni per un’attività conoscitiva delle conseguenze della decisione sulla ostatività. Ascoltati il procuratore nazionale De Raho, il presidente del tribunale di sorveglianza di roma Vertaldi, il capo del Dap Basentini e Ardita, consigliere Csm
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In questi giorni la commissione Antimafia presieduta dal Nicola Morra sta svolgendo audizioni per un’attività conoscitiva delle conseguenze derivanti dalla sentenza n. 253 della Consulta. Parliamo della sentenza che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario, nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se vi sono elementi tali da escludere l’attualità della partecipazione al sodalizio criminale e il pericolo di un ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata.

Una sentenza che ha fatto discutere, tanto da allarmare il governo e in particolare proprio il presidente Nicola Morra. Un’attività conoscitiva, quella della commissione Antimafia, che servirà per suggerire un cambiamento della norma del 4 bis, ma addirittura anche l’ipotesi di mettere mano al discorso della competenza territoriale della magistratura di sorveglianza.

Nella giornata di mercoledì è stata ascoltata la presidente del Tribunale di sorveglianza di Roma, Maria Antonia Vertaldi, la quale ha difeso la sentenza della Consulta nella sua interezza, ricordando che la discrezionalità del magistrato è stata ben parametrata attraverso rigidi criteri di valutazione. Ha invece voluto denunciare la campagna stampa, anche da parte di alcuni suoi colleghi, che «ha creato un allarme ingiustificato che non fa altro che acuire il disagio e il senso di insicurezza percepito dalla società». Le vere problematiche, secondo Vertaldi, è invece il fatto come molto spesso arrivano ai magistrati di sorveglianza le relazioni in ritardo e anche incomplete, tanto da costringere, loro malgrado, a rinviare la decisione della concessione dei benefici o meno visto che mancano gli elementi necessari per emettere un giudizio.

È stato ascoltato anche Sebastiano Ardita, presidente della Commissione Sorveglianza del Csm, pm antimafia, ex capo dell’ufficio detenuti del Dap, il quale invece, dopo aver comunque ribadito che la sentenza della Consulta non deve creare allarmismi, ha comunque detto che sentenze del genere rischierebbero di rendere meno rigida la legislazione dell’antimafia e dare percezione alla mafia di un cedimento da parte dello Stato.

Il consigliere Csm evoca persino la presunta Trattativa Stato – mafia: «Le istituzioni politiche troppo spesso hanno preferito la strategia del contenimento, che si è spinta fino alla trattativa tra Stato e mafia, rinunciando all’annientamento del fenomeno mafioso, tanto auspicabile quanto distante dall’essere adottato». Ricordiamo che c’è una sentenza ancora non definitiva, quindi ancora non si può dare per assodato che la trattativa ci sia stata. Sicuramente, come diversi giuristi hanno cercato forse invano di dire, è che il rispetto della Costituzione non può essere interpretato come un cedimento alla mafia. Ardita, a proposito della competenza territoriale, ha proposto di concentrarla come accade attualmente con il 41 bis.

Su quest’ultimo punto, però, non si trova d’accordo il capo del Dap Francesco Basentini, ascoltato anche lui in commissione, spiegando invece che «tra le soluzioni a cui si può pensare c’è quella di affidare la competenza sui permessi premio non al semplice magistrato di sorveglianza ma all’organo collegiale del tribunale di sorveglianza».

Sempre in commissione antimafia è intervenuto il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, esprimendo «preoccupazione» per l’ipotesi che la «dissociazione potrebbe essere valutata positivamente» ai fini della concessione dei permessi, «mentre l’esperienza ci ha detto il contrario». Una preoccupazione legittima se effettivamente la dissociazione diventasse un elemento fondamentale ai fini della valutazione per la concessione dei permessi.

Però, come la sentenza stessa della Consulta ci ricorda, «la presunzione di pericolosità sociale del detenuto che non collabora, pur non più assoluta, sia superabile non certo in virtù della sola regolare condotta carceraria o della mera partecipazione al percorso rieducativo, e nemmeno in ragione di una soltanto dichiarata dissociazione, ma soprattutto in forza dell’acquisizione di altri, congrui e specifici elementi».

 

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