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Dall’Ilva al salva- stati: così il premier “per caso” si è preso il goveno

Lo strano caso dell’avvocato diventato presidente del Consiglio. La possibilità di agire da premier politico ma svincolato da un partito consente al capo dell’esecutivo di disinteressarsi dei destini elettorali
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Il caso Conte è l’indicatore più preciso e più inquietante della crisi di sistema nella quale si dibatte l’Italia. Molto più delle convulsioni dei partiti o delle ricorrenti ‘ invasioni di barbari’ pentastellati o leghisti, la centralità assunta dal presidente del consiglio nel sistema politico italiano ne rivela la fragilità strutturale e il livello di guardia ormai ampiamente superato.

Da mesi e come premier di due governi diversi, anzi opposti, Giuseppe Conte gestisce in prima persona le vicende più spinose e delicate, affiancato tutt’al più, ma in funzione di solito subalterna, dal ministro competente di turno. Valga per tutti l’esempio del dramma Ilva, la crisi più grave nella quale l’Italia sia incappata dalle elezioni del 2018 in poi, gestita di fatto solo dal premier coadiuvato dal ministro dello Sviluppo. Ma ancor più eloquente, tanto più in questo momento, è la spregiudicatezza con cui Conte, allora ancora in veste gialloverde, ha trasformato i 5S da euroscettici in pilastri europeisti senza neppure consultarli. Da questo punto di vista la vicenda del Fondo Salvastati, che ha fatto saltare i nervi allo stesso M5S, è a sua volta esemplare.

La riforma del Fondo sarebbe per l’Italia un colpo mortale. Per accedere al prestito, se passasse la riforma, il Fondo stesso potrebbe imporre una devastante ristrutturazione del debito. Di fatto un latente commissariamento permanente. Dopo le proteste dei 5S Conte ha smentito la denuncia della Lega, che lo accusava di aver firmato la riforma sia pur in attesa di necessaria ratifica del Parlamento.

Ma fra le righe la puntualizzazione di palazzo Chigi è meno limpida. Il premier assicura infatti di essere pronto a mettere il veto contro la riforma, in dicembre, ‘ se in discussione ci sarà solo quella’. In ogni caso, l’aspetto clamoroso non cambia: una riforma di vitale ( o mortale) importanza è stata discussa e trattata dal capo del governo coinvolgendo solo il ministro dell’economia, al punto che le stesse banche non ne sapevano niente e hanno preso malissimo la sorpresina. Conte, arrivato a palazzo Chigi per caso e in veste a dir poco dimessa, quasi un pupazzo nelle mani degli allora potentissimi suoi vice si è rivelato in realtà uno dei presidenti del consiglio più accentratori e persino decisionisti nella storia recente italiana.

La forza per incarnare un simile ruolo cardine non gli è però data né dalla forza del partito che guida né dalla postazione strategica occupata dal medesimo partito, come nel caso di scuola del Psi craxiano. Deriva invece dal contrario: dal fatto di non doversi occupare e preoccupare del suo partito pur essendo a tutti gli effetti un premier politico e non tecnico. Da quando è entrato in carica, l’avvocato può muoversi a tutto campo con le mani libere e ha sfruttato la posizione per tessere una rete dir apporti personali, con il Vaticano, con Bruxelles, con Berlino e con il Colle, alla quale deve per intero il suo peso cresciuto esponenzialmente mese dopo mese.

La possibilità di agire da premier politico ma svincolato da un partito offre all’ ‘ avvocato del popolo’ due ulteriori carte vincenti. Prima di tutto non deve occuparsi dei destini elettorali di nessuno. Può esimersi dagli obblighi di anchor man che si impongono invece a tutti gli altri leader in campo, evita gli ormai settimanali corpo a corpo televisivi, può al contrario ammantarsi di un ruolo puramente istituzionale, con un evitabile ritorno positivo sul piano della popolarità e dei consensi. Nei confronti del Movimento che lo ha indicato, i 5S, Conte può infine giocare un ruolo doppio, esterno- interno, che gli permette di adoperare spesso il partito di maggioranza relativa in Parlamento come massa di manovra, senza però mai legare i propri destini, sia in termini di consenso che di ruolo politico effettivo, a quelli del Movimento.

In una situazione ordinata, il percorso futuro di Conte, approdato alla politica meno di due anni fa, sarebbe già scritto. In un modello bipolarista, con Pd e M5S alleati in un nuovo centrosinistra contro la destra all’avvocato toccherebbe la parte che nella seconda Repubblica spettò a Prodi. Ma la formazione di un nuovo centrosinistra e di conseguenza appare lontanissima, impedita da quella stessa crisi strutturale di sistema che ha portato l’avvocato Conte, in pochi mesi, al centro della politica italiana.

E’ possibile che una vittoria netta del centrodestra alle prossime elezioni comporti un riordino del sistema. Però è improbabile, data la situazione complessiva in cui forze in realtà meno omogenee di quanto non appaia dovranno muoversi. In ogni caso, sia che le forze dell’attuale maggioranza si coagulino in un vero polo, sia invece il caos di sistema prosegua e si intensifichi, nei prossimi mesi si capirà se l’anomalia Conte, caso davvero unico nella politica italiana, è una metoera prodotta dalla fase confusa della storia repubblicana o se l’avvocato è desinato a giocare un ruolo chiave ancora a lungo.

 

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