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Giurano i giovani avvocati, Mascherin: «il ruolo della difesa deve essere imprescindibile»

I giovani legali hanno giurato ieri a Roma. Il presidente del Cnf ha ricordato loro il ruolo e il senso profondo della professione forense
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L’emozione di chi indossa la toga per la prima volta, la sollenità della sala dell’Ordine degli avvocati nel palazzo della Cassazione a Roma. Questo il teatro del giuramento per una quarantina di giovani legali che hanno iniziato così la loro carriera.

Un percorso si spera pieno di soddisfazioni e difficile nello stesso tempo, una professione «amaramente bella» come ha ricordato nel suo discorso il presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin. Ha avvertito i giovani come nel corso del loro lavoro vedranno «sfilarsi davanti le sofferenze» che, cosa più difficile, devono «essere tradotte in linguaggio giuridico».

E’ questo il senso profondo della vita di un avvocato, quello di «essere vicini ai più deboli anche quando ciò non è remunerativo economicamente». Perché, come ha detto Mascherin, il ruolo della «difesa deve essere imprescindibile».

Un principio dal quale non si può derogare, un concetto che deve essere una guida. Per il presidente del Cnf infatti i legali sono parte di una catena che «ha scritto la storia della democrazia». Dovunque le Carte che regolano libertà e doveri sono state scritte con il contributo di chi è garanzia del diritto, infatti – ha insistito con forza il presidente del Cnf – «in tutto il mondo ci sono avvocati perseguitati perché si battono per le libertà».

Ed è proprio dove esiste «una sovrapposizione tra il ruolo del legale e quello di imputato» che le libertà per i cittadini vengono meno. Per continuare a svolgere questa funzione Mascherin ha voluto esprimere un concetto ben chiaro e cioè quello di non abdicare mai da «un discorso basato sul diritto, l’etica e la deontologia», solo così gli avvocati saranno visti come affidabili dagli assistiti.

Alla fine il vertice dell’istituzione forense ha voluto citare un episodio chiave, che risale al processo contro le Brigate Rosse. I brigatisti rifiutavano la difesa d’ufficio perchè rappresentava lo Stato, c’erano state minacce e intimidazioni ma nonostante ciò, Fulvio Croce, presidente dell’Ordine del capoluogo piemontese, decise di assumere il ruolo di difensore ben sapendo che questo gli sarebbe potuto costare la vita, come poi accadde.

Un episodio che ottenne però il risultato inverso al suo scopo, gli avvocati infatti non abbandonarono la loro funzione. Mascherin ha ricordato con emozione le parole di un avvocato di Torino: «Avevo paura ma se avessi detto no avrei dovuto smettere di lavorare».

Al termine del dibattimento i legali redassero un documento finale, venivano chiamati uno ad uno, tutti si alzarono mostrando la toga alla gabbia dove si trovavano gli imputati, «fu il momento più felice della mia vita» concluse quel legale.

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