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Da Beirut a Hong Kong, quando la Rivoluzione è un ballo in maschera

Guy Fawkes, Dalì, il Joker. Quando i simboli della rivolta fanno il gioco del "nemico". I diritti di immagine del mascherone di "V per vendetta" appartengono ad esempio alla Time Warner. Altro che anti sistema
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«I o sono Spartaco», gridavano gli schiavi rivoltosi del film di Stanley Kubrik, disposti a subire il supplizio della crocifissione piuttosto che consegnare il loro leader ai centurioni romani. Se avessero avuto la sua maschera l’avrebbero indossata con fierezza in battaglia, tutti per uno e uno per tutti.

Perché non conta chi sei, ma l’idea per cui vivi e combatti, la stessa dei tuoi compagni. Spartaco è un nome collettivo, ne uccidi uno e ne spuntano subito altri cento, ancora più ostinati e pugnaci. La maschera invisibile di un’identità condivisa però, non un travestimento illusorio e figlio della società dei consumi come il faccione del Joker che da alcuni mesi occhieggia insistente nelle piazze di mezzo mondo, da Hong Kong a Beirut, da Barcellona a New York, da Santiago a Madrid.

Le grottesche fattezze del personaggio immortalato dal regista Todd Phillips sono il simbolo della rivolta contemporanea, sguaiata e senza quartiere, trasversale ai continenti e alle culture politiche, una inedita forma di protagonismo dei popoli mobilitati contro “i ricchi”, “i poteri forti” e la società della sorveglianza.

Ma, allo stesso tempo, queste schiere di dimostranti senza volto evocano il proprio rovescio, il conformismo delle masse che si nascondono dietro un simulacro dell’industria hollywoodiana; il confine tra apocalittici e integrati in questo caso è molto labile. Ci vuole poco nel passare da eroe della rivoluzione a pupazzo dell’intrattenimento globale, da attore a pedina, da cittadino a cliente; uno slogan, una canzone di lotta in un secondo diventano un petaloso jingle pubblicitario.

Come ad esempio la Bella Ciao cantata a squarciagola dai protagonisti de La Casa di Carta, la celebre serie tv prodotta da Netflix che racconta le gesta di un gruppo di rapinatori- idealisti che svuotano la Zecca di Stato spagnola. Non a caso anche loro indossano una maschera, quella del pittore surrealista Salvador Dalì anche se non si tratta du una scelta estetica o aleatoria. Tutto parte dall’anagramma dell’artista scherzosamente ideato da André Breton: “Avida Dollars”, nomignolo che rappresenta la sete di denaro e ricchezza, la stessa che i rapinatori della Casa di carta attribuiscono al governo con il plauso globale del “popolo” accorso in piazza per sostenerli. L’astuzia degli sceneggiatori di Netflix sta nell’aver capito come il tratto grossolano e complottista di un plot cinematografico rappresenti uno schema facilitato della realtà per migliaia di persone frustrate dall’impoverimento, arrabbiate per la mancanza di diritti e per le disuguaglianze economiche. Uno schema manicheo in cui il “sistema” è una specie di “Spectre” planetaria dai contorni fumettistici.

D’altra parte erano già diversi anni che i mascheroni di Guy Fawkes imperversavano nelle proteste di piazza. L’eroe del fumetto di Alan Moore nel 2005 diventa il protagonista della fortunata pellicola V per Vendetta, quei baffi sottili, quel sorriso beffardo che nel film sfidano il regime fascistoide ormai giunto al potere in Gran Bretagna, iniziano a spuntare nelle manifestazioni, uno, cento, mille, diecimila maschere. Il cattolico Guy Fawkes era un membro della Congiura delle polveri che nel 1604 aveva preparato un piano per incendiare il palazzo di Wenstminster e assassinare il Re Giacomo I. Trovato in possesso di trenta barili di polvere da sparo Fawkes e gli altri congiurati vengono impiccati.

Nel 2008 l’effige di Guy Fawkes viene scelta dal gruppo di hacker Anonymous che si fa conoscere per gli attacchi informatici contro soggetti molto diversi tra loro ma accomunati dall’appartenenza al “sistema”, dalla chiesa di Scientology, alle grandi multinazionali, dalle piazze finanziarie ai governi, dal Ku kluks klan ai jihadisti dell’Isis. L’anno successivo, quando esplode la bolla dei mutui subrprime e si innesca la recessione globale, la maschera appare tra i militanti del movimento statunitense Occupy Wall Street, poi si diffonde oltreoceano tra gli Indignados spagnoli. Dal 2015 è stata indetta la Million Mask march, una manifestazione globale che, ogni 5 novembre, si svolge in centinaia di città ricordando proprio l’impiccagione di Fawkes.

Su un punto i dimostranti che mostrano impavidi i lineamenti stilizzati del congiurato cattolico hanno totalmente ragione: il sistema che combattono o credono di combattere è capace di trasformare in profitto tutto ciò che tocca. Anche la loro stessa rivolta. Così, paradosso dei paradossi, ogni volta che indossano quelle maschere gridando generiche invettive contro il capitale e la grande finanza, non fanno che arricchire i loro bersagli.

I diritti di immagine appartengono infatti alla Time Warner, multinazionale dell’industria mediatica e del divertimento e, ogni volta che acquistano una maschera, finiscono per finanziare i suoi azionisti. Il che non è propriamente un gesto rivoluzionario. Più che La Casa di carta sembra di essere su un episodio di Black Mirror.

No, Guy Fawkes, Dalì e il Joker decisamente non sono Spartaco.

 

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