Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Furlan (Cisl): «Subito una norma che eviti la chiusura degli impianti»

Intervista a Annamaria Furlan. Bisogna che tutti rispettino gli accordi. L’inquinamento si batte grazie alle nuove tecnologie. La scelta è tra salvare lo stabilimento e il baratro
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Segretario Furlan, Ilva chiude e 15 mila famiglie sono nel dramma della disoccupazione. È venuto il momento di stabilire colpe e responsabilità. Cominciamo dai governi del pd, gialloverdi e giallorossi. Le responsabilità sono comuni? Fino a che punto?

Guardi, la vicenda dell’Ilva è la cartina di tornasole della palese incapacità della politica di affrontare e risolvere le questioni di uno sviluppo industriale sostenibile e più in generale i problemi del lavoro nel nostro paese. Lo avevamo detto con chiarezza già alcuni mesi fa: Arcelor Mittal andrà via senza le garanzie a suo tempo pattuite sulla tutela penale per gli effetti ambientali del piano industriale. Pacta servanda sunt , dicevano i latini. Ma sia il Governo Conte uno, sia il Governo Conte due, non hanno saputo garantire lo “scudo penale”, propiziando quello che può diventare un vero e proprio disastro economico, sociale ed anche ambientale.

E il sindacato cosa ha da rimproverarsi?

Il sindacato è l’unico soggetto che si è assunto le proprie responsabilità fino in fondo. Siamo stati gli unici a spiegare ai lavoratori quali erano le condizioni per rilanciare la produzione di acciaio e risanare l’ambiente. L’Ilva è stata uno degli stabilimenti siderurgici più produttivi d’Europa ed ha sfornato uno degli acciai di miglior qualità del mondo. È una produzione d’eccellenza del nostro paese. Eppure la sua crisi si trascina da almeno 20 anni, tra svendite, commissariamenti, amministrazioni straordinarie, disastri sul piano ecologico. Ma una cosa è chiara: i gravi problemi ambientali dell’area di Taranto non possono risolversi con la chiusura degli impianti. L’incompatibilità ambientale si può superare se si investe nelle nuove tecnologie che possono abbattere le emissioni e l’inquinamento. Questo prevedeva l’accordo con Arcelor Mittal, con un investimento di 4 miliardi di euro, di cui un miliardo proveniente dalla vecchia gestione commissariale.

Non era mai successo che un ministro, dello Sviluppo ora degli Esteri, come Luigi Di Maio si battesse per una chiusura di un colosso come Ilva. Che ne pensa? Come se sviluppo e ambiente non si potessero integrare.

Non è vero che non si possa produrre acciaio in maniera pulita, come tra l’altro avviene in altri paesi europei. Questa è oggi la sfida se non si vuole buttare via un settore che vale svariati miliardi di euro. Ecco perché la politica non può fare ora lacrime di coccodrillo e scaricare le colpe solo sull’azienda. Il Governo deve assumersi le sue responsabilità. Scelgano la strada più opportuna e rapida, il decreto o l’emendamento. L’importante è fare una norma, che potrebbe essere estesa a tutte le aziende, che consenta di andare avanti nei piani di risanamento ambientale senza fermare la produzione. La scelta è oggi tra salvare lo stabilimento ed il baratro. La politica ha innescato questa miccia esplosiva, la politica ha il dovere ora di disinnescarla. Noi siamo pronti a tutelare i lavoratori e le lavoratrici e la capacità produttiva del paese con tutti gli strumenti contrattuali e le forme di mobilitazione che saranno necessarie.

Che si può fare ora con Ilva? I renziani millantano nuovi contatti con altri investitori.

Chi parla di altre soluzioni oggi fa solo spot elettorali di pessimo gusto. Oggi il problema è quello di far rispettare gli accordi a tutti, al Governo ed alla azienda. Era stato convenuto che non poteva essere imputata ad Arcelor Mittal la gestione precedente. Il Parlamento, con il voto di tutte le forze politiche che compongono il Governo, ha modificato il provvedimento che era stato deciso a lo scorso anno. Una decisione sbagliata che non ha alcuna giustificazione se non una questione ideologica.

Svimez ha fotografato un Sud ai limiti della disperazione economica e sociale. Il lavoro è fermo al palo e il reddito di cittadinanza si è rivelato un inutile obolo. Cosa chiedete al governo?

I dati di Svimez confermano l’urgenza di mettere il riscatto delle aree sottoutilizzate del Sud al centro della strategia di sviluppo nazionale. Significa rilanciare già in questa Legge di Bilancio gli investimenti rivolti all’occupazione produttiva, a specifiche leve di sviluppo industriale, ad infrastrutture materiali e sociali indispensabili per spezzare le diseconomie e garantire a tutti i diritti di cittadinanza. Si deve dare piena ed effettiva attuazione alla clausola del 34% per gli investimenti ordinari, con vincoli e verifiche da estendere al complesso del settore pubblico, a partire da Anas, Enel, Ferrovie, Poste, Eni, solo per fare alcuni esempi. C’è poi il grande tema dei servizi pubblici, e in particolare della sanità e della scuola, da consolidare valorizzando e stabilizzando il lavoro e procedendo a un grande piano di assunzioni. Occorre difendere il tessuto industriale e produttivo per frenare lo smantellamento di importanti realtà e sbloccare subito tante medie e piccole opere infrastrutturali che potrebbero rilanciare il settore dell’edilizia, dei servizi , qualificare il sistema delle comunicazioni e della mobilità per generare nuovi posti di lavoro. Non bastano piu’ le promesse.

Della manovra cosi timida, che cosa ne pensate?

Abbiamo detto al Presidente del Consiglio una cosa chiara: ci sono degli aspetti positivi nella manovra come il taglio, anche se insufficiente, del cuneo fiscale e l’intenzione di colpire l’evasione fiscale. Così come è importante aver lasciato quota 100 per le pensioni. Ma ci sono molti tasti dolenti, come la mancata rivalutazione delle pensioni, le risorse insufficienti per i rinnovi dei contratti pubblici, cosi come manca un vero piano per sbloccare le opere pubbliche e gli investimenti pubblici in innovazione, ricerca, formazione.

E di Alitalia?

Ci sono 160 crisi aziendali aperte al Mise, a partire proprio da Alitalia che giace senza più cassa in attesa di capire quale è la soluzione che il Governo auspica per il rilancio della compagnia. Speriamo che il Governo e le forze politiche battano dunque un colpo, mettendo da parte divisioni ed ideologismi, ma pensando solo a fare gli interessi generali del paese. Abbiamo perso pezzi importanti di produzione nelle telecomunicazioni, nella chimica, nella meccanica, nei trasporti, nell’agroalimentare, in tutti i settori produttivi. Sarebbe una sciagura e noi faremo di tutto per impedirlo, perdere la nostra compagnia di bandiera.

 

Ultime News

Articoli Correlati