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Troppe contenzioni notturne nell’ospedale dove è morta bruciata Elena

L’autorità del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha evidenziato che la contenzione della ragazza non era stata registrata dall'ospedale
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Quel maledetto giorno, in piena estate, morì bruciata in un letto del reparto di psichiatria del “Papa Giovanni” di Bergamo. Non poteva muoversi, perché legata al letto con fasce contenitive. Una condizione che non ha permesso alla ragazza di allontanarsi dal letto né ha dato la possibilità al personale e agli altri soccorritori di procedere alle operazioni per metterla in salvo. Aveva appena vent’anni Elena Casetto, la quale aveva vissuto per sette anni da sola a Salvador de Bahia, studiava, era autonoma. Sognava di dedicarsi alla filosofia, a Londra o ad Amsterdam. Coltivava una vocazione poetica. Aveva anche vinto un premio con un componimento intitolato “Terra de bandidos” dove si evinceva la paura di restare in Brasile, il paese d’origine della madre. Forse era stato quel timore espresso nella poesia a persuadere Elena ad accettare l’invito della madre di raggiungerla in Italia, nell’appartamentino preso in affitto a Osio Sopra. L’ultimo periodo della vita di Elena è un rapido precipizio, fino a un epilogo che attende più di una risposta.

L’ 8 agosto tenta il suicidio. Vorrebbe lanciarsi da un ponte, la bloccano i carabinieri. Viene ricoverata prima a Brescia e poi a Bergamo. L’ 11 agosto supplica la mamma perché la riporti a casa. Il messaggio è rimasto nel cellulare, sequestrato dopo la sua morte. La mattina del 13 agosto cerca nuovamente di togliersi la vita, stringendosi al collo un lenzuolo. La salvano due infermieri. Viene sedata e contenuta. L’allarme anti- incendio scatta attorno alle 10. I vigili del fuoco trovano Elena Casetto carbonizzata nel suo letto. È stata aperta una inchiesta da parte della Procura.

L’autorità del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, in data 19 agosto 2019, ha inviato il caso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Bergamo e si è costituita parte offesa nell’inchiesta sulla morte di Elena. Il Garante, nell’esprimere la propria vicinanza alla famiglia della giovane vittima, ha sottolineato ancora una volta la drammaticità della contenzione delle persone nelle istituzioni psichiatriche e delle sue possibili conseguenze. Ma non si è fermato qui. Il compito del Garante è, appunto, quello di monitorare le situazioni dove, di fatto, le persone vengono private della propria libertà. Come ad esempio i luoghi del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura ( Spdc). Per questo, subito dopo la tragedia, il Garante si è subito attivato avviando una interlocuzione con la direzione del “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo e da poco li ha resi pubblici.

LE CRITICITÀ RILEVATE

Dal registro aggiuntivo telematico “Psicheweb” delle contenzioni attuate presso l’ospedale il Garante ha rilevato che, nelle disposizioni sui controlli da effettuare sulla persona sottoposta a tale misura privativa della libertà, non si prevede, come dovrebbe, un periodo iniziale di osservazione del paziente immediatamente successivo alla contenzione stessa, nella misura di 15- 30 minuti consecutivi prima di attivare periodicamente i controlli delle funzioni vitali, registrandone appositamente gli esiti ogni quarto d’ora. Nel caso della ragazza, il Garante ha rivelato con particolare disappunto che “non è stata osservata la specifica raccomandazione rivolta al personale sanitario relativa al controllo dell’eventuale possesso di accendini o fiammiferi da parte del paziente, così come prevede il paragrafo 8 del Protocollo sulla procedura specifica “La contenzione fisica in psichiatria”. Evidenza, soprattutto che la contenzione della ragazza non era stata registrata. Ma il Garante, sempre dal registro telematico, ha anche rilevato un elevato numero di contenzioni effettuate e una significativa durata delle stesse, superando talvolta le 40 ore consecutive. “Emerge – si legge nella lettera inviata alla direzione dell’ospedale – una contenzione ricorrente applicata allo stesso paziente fino a superare le 62 ore interrotte soltanto da un’ora tra le prime 42 e le ulteriori 20”. Tale circostanza 15, su 73 contenzioni applicate, quelle notturne risultano 45, superando, in entrambi i casi, il 50% delle contenzioni totali.

ha quindi posto al Garante problemi rilevanti in considerazione del fatto che la Corte di Cassazione ha descritto in modo inequivoco che la contenzione meccanica non è riconoscibile come «atto terapeutico» e che, pur ammettendo un eventuale ricorso all’articolo 54 del codice penale, “resta impossibile tale valutazione di necessità qualora dell’atto in essere non rimanga documentata né la decisione assunta, né il responsabile e neppure il momento di necessità che l’ha determinata”.

Ma non solo. Dalla verifica del Garante, emerge anche che nell’Unità operativa psichiatrica ( Uop) di Bergamo – 2, su un totale di 130 contenzioni applicate, 77 sono avvenute in orario notturno e che nell’Uop Bergamo-

LA RISPOSTA DELL’OSPEDALE

In merito alla mancata registrazione della contenzione di Elena, la direzione ha risposto al Garante che lo sviluppo delle fiamme sarebbe avvenuto subito dopo il suo contenimento e quindi non ci sarebbe stato tempo. Poi la direzione dell’ospedale affronta la questione sollevata dal Garante per quanto riguarda il numero elevato delle contenzioni notturne. Sottolinea che si tratta dell’unico ospedale della provincia di Bergamo dotato di un Dipartimento di Emergenza e accettazione di secondo livello, nonché di una guarda psichiatrica attiva h24. “Su questa base – scrive la direzione -, sono assai numerosi i pazienti in condizione di grave acuzie psicopatologica che giungono in Pronto Soccorso proprio nelle ore notturne”, evidenziando che nella quasi totalità dei casi, la patologia è accompagnata da una intossicazione da sostanze d’abuso, di assai difficile gestione. Poi nella lettera viene affrontato il caso specifico di un paziente per giustificare la lunga contenzione. Spiega che si tratta di un caso eccezionale di un giovane tossicodipendente con un disturbo di personalità borderline e antisociale, con discontrollo degli impulsi, che comportavano gravi crisi e aggressività. All’ingresso, scortato dalla polizia visto la crisi, essendo intossicato di sostanza, non poteva assumere farmaci per sedarlo ed è stata quindi necessaria la contenzione meccanica fino al momento in cui è stato possibile combinare l’approccio relazionale con i farmaci. Però durante la degenza è fuggito dal reparto, ha di nuovo abusato di sostanze e la polizia l’ha ricondotto in ospedale tramite tso. Anche in quel caso hanno dovuto ricorrere alla contenzione meccanica, quella segnalata in una nota del Garante.

CONTENZIONE SÌ O CONTENZIONE NO?

Resta il fatto che il dibattito sull’utilizzo eccessivo della contenzione si è riacceso dopo la tragica morte di Elena. L’uso della contenzione in Italia di per sé non è illegale ( sentenza della Corte di Cassazione sul caso Mastrogiovanni), anche se gli ordini professionali e il comitato nazionale di bioetica prevedono la necessità di un suo superamento. Alcune realtà ci sono. L’Agenzia di tutela della Salute della Brianza ad esempio si è impegnata nel 2019 a non praticarla più, così come i Servizi psichiatrici diagnosi e cura ( Spdc) di Ravenna, che da tre anni non legano nessuno. Secondo la campagna “E tu slegalo subito”, sono solo 15 su 321 in Italia i Spdc che non usano la contenzione: ovvero il 5 per cento del totale.

 

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