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M5s, Di Maio rinnega le alleanze. Nel Movimento scoppia la rivolta

Il capo politico grillino sconfessa la linea delle intese col Pd. I malumori interni aumentano. Tutte le anime del movimento chiedono al ministro degli Esteri un passo indietro e maggiore collegialità
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Mentre il vertice di Palazzo Chigi mette al sicuro la manovra da possibili scossoni, Luigi Di Maio organizza la nuova svolta del Movimento 5 Stelle. Per le prossime Regionali «credo che potremo mettere insieme dei movimenti che si occupano di tanti temi sul territorio. Con loro possiamo stare insieme, non con le altre forze politiche», dice il capo politico.

Perché dopo il terremoto umbro, Luigi Di Maio non ha più dubbi: la strategia delle coalizioni a livello locale non paga, meglio cambiare mossa. Ma dentro al Movimento cresce il malumore di quanti vorrebbero mettere sul banco degli imputati proprio il leader pentastellato. «In un partito normale uno che perde sei elezioni di fila si dimette, nel Movimento no», dice una fonte qualificata. E per accontentare una parte di delusi, Di Maio incontra i rappresentanti calabresi ed emiliani per assecondare le loro richieste: chiudere le porte in faccia al Pd alle prossime Regionali.

Per le prossime Regionali «credo che potremo mettere insieme dei movimenti che si occupano di tanti temi sul territorio. Con loro possiamo stare insieme, non con le altre forze politiche». Dopo il terremoto umbro, Luigi Di Maio non ha più dubbi: la strategia delle coalizioni a livello locale non paga, meglio cambiare rossa. Peccato che l’accordo in Umbria fosse stato proposto poco più di un mese fa dal capo politico e sottoposto agli iscritti alla piattaforma Rousseau. Il passato è passato.

E pazienza se nel giro di tre mesi il Movimento 5 Stelle è riuscito a cambiare linea politica almeno tre volte. Per il ministro degli Esteri le responsabilità del crollo elettorale sono altrove: l’alleanza con Salvini, poi quella con Zingaretti e infine le responsabilità di governo in genere. Le autocritiche non appartengono al lessico del capo politico e l’opposizione interna cresce. «In un partito normale uno che perde sei elezioni di fila si dimette, nel Movimento no», dice una fonte qualificata del partito. «Perché non siamo una forza orizzontale e anche perché al momento non ci sono alternative concrete alla leadership di Di Maio. Ma le cose, per lui, si stanno mettendo male», continua.

In effetti, sul numero uno del Movimento si concentra il fuoco incrociato di quanti chiedono più collegialità nelle decisioni e un cambio di passo. Che siano di destra o di sinistra non conta, tutti vorrebbero un passo indietro del leader. Alcuni senatori avrebbero anche preparato un documento per imporre a Di Maio una scelta: o la poltrona della Farnesina o quella di capo politico. Ma il diretto interessato, uscito indenne a un cambio di maggioranza, non sembra scomporsi. Prova ad accontentare chi al momento sembra più arrabbiato, a partire dai nostalgici del Carroccio, nella speranza di tenere a bada il grosso del gruppo parlamentare.

Escludendo alleanze future col Pd alle Regionali, il ministro degli Esteri confida di mettersi al riparo in attesa della fine della tempesta. A costo di sfidare l’ala filo dem capitatata nientepopodimeno che da Beppe Grillo e Roberto Fico, convinti della necessità di non buttare alle ortiche il lavoro di cucitura degli ultimi due mesi. «La strada è quella indicata da Beppe Grillo, continuare il dialogo con le forze politiche del centrosinistra, anche civiche, non create però all’ultimo momento, è l’unica strada percorribile per contrastare la soluzione facile di chi vuole un uomo solo al comando e stuzzica le paure del paese», mette in guardia il “fichiano” Luca Gallo. «L’unica strada possibile è questa, portare il movimento sulle battaglie ambientaliste che ci hanno visto mobilitati per molto tempo, e per fare questo c’è bisogno di alleanze con chi si riconosce in queste battaglie».

Ma Di Maio ha bisogno di strizzare l’occhio a una parte del suo gruppo parlamentare per mettere in difficoltà Giuseppe Conte, il premier diventato autonomo troppo in fretta e che adesso rischia di offuscare l’immagine del capo politico. «Il Movimento rappresenta un’alternativa quando va oltre la destra e la sinistra. Secondo me oggi essere post ideologici è un po’ più complicato perché a livello europeo le posizioni si vanno polarizzando», dice al Maurizio Costanzo Show.

E in serata, Di Maio si riunisce al Senato con i referenti della Calabria e dell’Emilia Romagna per parlare dei prossimi appuntamenti regionali. Il leader pentastellato è intenzionato a concedere ai ribelli quello che chiedono da tempo: lo stop alle intese. Soprattutto in Calabria, dove Dalila Nesci vorrebbe candidarsi come governatrice. Sulla stessa barricata della deputata ostile ai dem si ritrova anche Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare Antimafia, convinto che il Pd calabro sia pieno di impresentabili. Non è detto però che la mossadi Di Maio basterà a calmare le acque.

A Montecitorio non è stato ancora superato lo stallo del capogruppo. «Non lo eleggeremo mai», dice tra il serio e il faceto una deputata, poco prima dell’assemblea per le nuove votazioni. Per uscire dall’impasse servirebbe una modifica dello statuto che consenta di abbassare il quorum per diventare successore di Francesco D’Uva. Al momento in lizza ci sono due deputati: Francesco Silvestri, attuale vice capogruppo e Raffaele Trano, ma non si esclude che a breve potrebbero arrivare nuove candidature, molto più ostili al numero uno del Movimento.

 

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