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L’odissea dei figli dei jihadisti che Parigi non vuole più in patria

Sono oltre duecento I minorenni rinchiusi nei campi di detenzione curdi in Siria. Le condizioni sono sempre più allarmanti denunciano I legali delle famiglie: «nelle strutture c’è mancanza di acqua e cibo, e spuntano tubercolosi e colera»
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«Più di duecento bambini e le loro madri esposti a trattamenti inumani e degradanti e al rischio di morte imminente», è questa la condizio0ne nella quali si trovano mogli e figli dei jhiadisti partiti dalla Francia per andare a combattere con il Califfato in Siria ed Iraq.

La denuncia sulla loro sorte arriva da una dozzina di famiglie che hanno chiamato in causa a livello legale il ministro degli Esteri transalpino Jean Yves Le Drien.

Secondo i denuncianti donne e bambini sono detenuti nei campi di prigionia curdi ma soprattutto il governo francese non sta facendo nulla per tirarli fuori e riportarli in Francia. Gli avvocati Marie Dosè, Henri Leclerc e Gerard Tcholakian hanno depositato delle istanze presso la Corte di Giustizia della Repubblica ( RGC) già nello scorso luglio ma da fonti d’oltralpe si apprende che ieri sono tornati sul caso in maniera molto decisa.

La diplomazia francese viene accusata di rifiutare intenzionalmente «di rimpatriare queste donne e bambini di jihadisti francesi detenuti nei campi curdi in Siria mentre si trovano in una situazione di pericolo», questo nonostante «da mesi ormai i curdi hanno sollecitato gli stati ad assumersi la responsabilità e rimpatriare i propri cittadini».

Finora il governo francese ha adottato la politica definita del “caso per caso”; su questa falsariga il 10 giugno sono rientrati 12 bambini orfani di guerra, lo stesso era successo nel marzo precedente quando erano stati rimpatriati altri cinque minorenni. Operazioni che però vanno a rilento e tra molteplici ostruzionismi e ragioni di opportunità politica.

Intanto però nelle zone dei campi di detenzione le condizioni dei minori sono sempre più allarmanti; all’interno delle strutture si registrano «temperature estreme sia in estate che in inverno, mancanza di acqua e cibo, epidemie di tubercolosi o colera, mancanza di cure», come rendono noto gli avvocati dei familiari.

Il quotidiano Libération all’inizio di quest’anno aveva rivelato un piano ideato dal governo francese per un rimpatrio di massa ma che però non è mai stato messo in atto.

Probabilmente su questa retromarcia hanno pesato alcuni sondaggi come quello realizzato quest’anno dalla Odoxa- Dentsu Consulting per Le Figaro e France Info, secondo il quale la percezione dell’opinione pubblica appariva abbastanza ostile al rientro.

Il 67% dei francesi si dichiarava infatti contraria contro possibili ritorni mentre una buona fetta di popolazione considerava i bambini «vittime di guerra». Allo stesso tempo c’era grande la paura che in un futuro sarebbero potuti diventare delle «bombe ad orologeria».

 

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