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Bashir come Al Capone: alla sbarra per corruzione

Il processo all’ex presidente responsabile di crimini contro l’umanità. All’interno della sua abitazione sono stati trovati 113 milioni di dollari nei sacchi di grano. Ma la corte dell’Aja lo vuole inchiodare per reati molto più gravi
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E’ iniziato ieri a Khartoum il processo contro uno degli ex uomini più potenti del continente africano. Omar el Bashir, che ha mantenuto il potere per trent’ anni in Sudan prima di essere deposto, lo scorso 11 aprile, a seguito delle proteste popolari, è stato portato in tribunale scortato da un lungo convoglio militare dove deve fronteggiare l’accusa di corruzione. Il suo più grande accusatore è quel Abdel Fattah al- Burhan, capo dell’esercito, protagonista proprio della deposizione del dittatore.

IMPUTATO PER CORRUZIONE
Il settantacinquenne Bashir è stato incriminato per possesso di ingenti quantità di valuta estera e per aver ricevuto regali considerati illegali. Si tratta di ben 7 milioni di euro arrivati da un misterioso donatore e mai rendicontati nel bilancio statale.

La difesa ha respinto gli addebiti ma da più parti si presume che il denaro sia arrivato direttamente dalla monarchia saudita. Certamente sarà difficile per Bashir giustificare i 113 milioni di dollari ( i 7 milioni più 5 miliardi di sterline sudanesi) contanti trovati nella sua residenza all’interno di sacchi di grano.

ACCORDO PER UN NUOVO GOVERNO
Il procedimento giudiziario contro Bashir arriva a soli due giorni da quella che sembra una vera e propria svolta politica per il Sudan. E’ stato formato infatti il nuovo Consiglio sovrano sudanese, dopo un’intesa formale siglata il 17 luglio, che sarà composto da 10 membri, 5 militari e 5 civili più una personalità scelta collegialmente. A capo dell’esecutivo sarà un membro dell’esercito per i primi 21 mesi, poi si dovrebbe effettuare una rotazione.

La compagine governativa dovrà traghettare il Paese verso elezioni democratiche in almeno 3 anni a meno che non intervengano nuovi sommovimenti. Il processo a Bashir costituisce dunque una prova per testare l’effettiva efficacia degli accordi.

I MANDATI DI CATTURA DELLA CPI
Ma qualcun altro vuole mettere le mani sull’ex dittatore, si tratta della Corte penale internazionale. Il despota sudanese infatti è già sto oggetto di 2 mandati di cattura da parte della Cpi, nel 2009 e 2010, per tutta una serie di crimini compiuti all’inizio degli anni duemila durante il conflitto nella regione del Darfur, nel sud Sudan. La lista dei soprusi e delle violenze che gli vengono attribuite è lunghissima.

Secondo la Cpi le forze armate regolari, la polizia si macchiarono di atti di sterminio; stupri etnici, trasferimenti forzati di intere popolazioni, tortura e, atto odioso in zone altamente aride, di contaminazione di pozzi a danno dei villaggi. I militari a potere oggi però non intendono concedere l’estra-dizione.

 

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