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San Siro è una cattedrale. Ma ristrutturarla non basta alla modernità

Da un recente sondaggio a livello internazionale è risultato che Milano viene identificata con il Duomo, la Scala e San Siro
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San Siro trema. E, questa volta, non per le oscillazioni strutturali e le vibrazioni nel terzo anello con conseguente effetto domino sugli altri due livelli. Questa volta è il destino del tempio calcistico nazionale a traballare.

Demolire o ristrutturare?

Occorre fare qualche passo indietro. Tutto comincia il 19 settembre 1926, quando l’arbitro fischia l’inizio del primo match amichevole tra Milan e Inter nel nuovo ‘ stadio calcistico di San Siro”, la struttura nata per ospitare le partite in casa dei rossoneri e sviluppata tra i prati della periferia ovest della città nel quartiere da cui prese il nome. Il nuovo stadio era stato fortemente voluto dal presidente Pietro Pirelli il quale, dopo averlo fatto costruire a sue spese, decise di regalarlo al comune di Milano una manciata di anni dopo. Nel 1947 San Siro accolse un nuovo prestigioso inquilino, l’Inter, fino ad allora di casa all’Arena Civica, mentre la denominazione ufficiale di “Stadio Meazza” arrivò nel 1980 in onore e alla memoria di Giuseppe Meazza, due volte campione del mondo con la nazionale e giocatore decisivo in entrambi i club milanesi. Dalle origini ad oggi il Meazza- San Siro rappresenta non solo un riferimento per milanisti e interisti ma un simbolo dell’Italia nel mondo, un santuario, una casa che appartiene a tutti. Nel mese di giugno dello stesso anno, spalancando le porte al primo leggendario concerto di Bob Marley in Italia davanti a quasi 100mila persone, San Siro diventa anche il tempio dove libertà e passione per la musica convivono nel migliore dei modi. Ha ospitato i concerti dei maggiori artisti nazionali e internazionali accogliendo ogni genere musicale dal rock, al pop, al metal, al reggae. Bruce Springsteen ha scelto di suonare ben 7 volte nello stadio milanese affermando di considerarlo la sua “casa musicale” in Italia.

Da un recente sondaggio a livello internazionale è risultato che Milano viene identificata con il Duomo, la Scala e San Siro. Non stupisce dunque che, in pochi giorni, sia nato spontaneamente il “comitato del no demolizione San Siro” promosso dai consiglieri comunali del centrodestra per preservare quello che è ritenuto un monumento storico per i milanesi e tutti gli appassionati di sport. L’obiettivo del Comitato è mobilitare l’opinione pubblica attraverso votazioni popolari, dibattici politici, raccolta firme e, se necessario, quesiti referendari. Il futuro dello stadio, asseriscono gli aderenti al movimento di protesta, lo possono decidere soltanto i milanesi e se qualcuno pensa di cancellare con cinica disinvoltura il monumento più iconico della storia calcistica italiana, dovrà fare i conti con una ferma e radicata opposizione.

Di contro, le due società calcistiche di Milano, hanno bisogno di un edificio più moderno, assemblato con materiali all’avanguardia e totalmente digitalizzato in grado di rispondere alle esigenze contemporanee dello sport. Una grande infrastruttura condivisa, dotata di misure di sicurezza e di controllo tecnologicamente avanzate, capace di favorire la coabitazione di due grandi club in un’area multifunzionale che rappresenti per i cittadini un luogo di aggregazione dedicato allo sport, all’intrattenimento e allo shopping. Essendo questi gli obiettivi, una ristrutturazione dell’edificio esistente, per quanto largamente più economica, non sarebbe sufficiente a garantire la realizzazione dell’impianto innovativo desiderato.

Non si tratterebbe del primo tempio violato in Europa. Qualcosa di simile è già successo in Olanda, in Germania, in Spagna, in Inghilterra e i risultati hanno prodotto strutture più capienti e performanti e incrementato decisamente indotto e ricavi. A Bilbao, il vecchio amatissimo stadio soprannominato dai tifosi “La Catedràl”, è stato demolito nel 2013 dopo 100 anni dalla sua nascita per fare posto al nuovo edificio San Mamès che vanta cinque stelle Uefa, il massimo rating degli stadi europei. L’Olympiastadion di Monaco di Baviera, casa calcistica di due illustri club tedeschi, è stato sostituito dall’Allianz Arena, un nuovo impianto a nord di Monaco, destinato solo alle partite di calcio. Grazie al suo aspetto futuristico e alla particolare suggestione della facciata esterna che può essere illuminata in 3 diversi colori a seconda del match disputato è diventato un’attrazione di fama internazionale. A Londra il nuovo Wembley è, ad oggi, lo stadio europeo più costoso di tutti i tempi. Inaugurato nel 2007 ha sostituito l’Empire Stadium, lo storico impianto originale, abbattuto quattro anni prima. Nonostante l’Inghilterra sia la nazione europea più evoluta in tema di riqualificazione degli impianti, la demolizione del vecchio Wembley ha destato grande sconcerto nell’opinione pubblica. L’Empire Stadium, inaugurato da re Giorgio V nel 1923, era caratterizzato da due torri bianche alte 38 metri che delimitavano l’accesso alla tribuna principale e dall’inconfondibile stile architettonico vittoriano. A nulla sono valse le proteste dell’English Heritage nel tentativo di forzare una revisione del progetto che includesse il mantenimento delle twin towers e il rispetto del vincolo storico- architettonico esistente dal 1976. Le torri andarono giù insieme all’intero edificio ma l’aspetto simbolico di Wembley, cattedrale del calcio nazionale inglese, è rimasto immutato. Che la distruzione di San Siro non sia gradita a nessuno è piuttosto palese. La distruzione di per sé è un concetto difficile da accettare perché impone una rottura con il passato e la consapevolezza che nulla sarà più come prima. Gli inguaribili nostalgici lo sanno bene. Ma forse non ci sono alternative all’abbattimento. Il primo anello di San Siro è stato costruito nel 1926, il secondo nel 1960 e il terzo nel 1990. Come può essere riplasmata in chiave moderna una struttura così antica e resiliente?

Interpretare la logica dei processi di modernizzazione e individuare la soluzione più adeguata e possibilmente onnicomprensiva è impresa ardua e faticosa soprattutto vivendo la percezione di un tempo sempre più accelerato e curvato verso il futuro.

Storia e tradizione vanno tentativamente salvaguardate senza mai dimenticare che entrambe, nel progetto emancipativo della modernità, sono fatte per essere destrutturate, riscritte e aggiornate.

 

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