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Caserme, scuole, tribunali: l’affitto di Stato alle mafie

Nelle mani dei privati. Non solo il commissariato di Vittoria: sono tanti gli immobili che le indagini riconducono a prestanome che lo stato utilizza per i propri uffici, sborsando centinaia di migliaia di euro
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Il commissariato di Polizia. La Caserma. Le scuole, la sede del Tar o quella del Cnr. Ma anche i Tribunali. L’elenco degli edifici privati utilizzati dallo Stato per collocare uffici pubblici è lunghissimo. E a volte, stando alle cronache, capita che i soldi pubblici sborsati per pagare quegli affitti – centinaia di migliaia di euro l’anno – vadano a finire nelle tasche dei clan, nascosti dietro la faccia dei loro prestanome, con la fedina penale immacolata utile per lavare i soldi sporchi delle mafie.

E così quegli uffici che rappresentano – o dovrebbero rappresentare – un avamposto nella lotta contro le mafie finiscono per diventare un’ulteriore fonte di reddito. Che si aggiunge a quella che viene dalle commesse pubbliche, strappati altri imprenditori infiltrandosi nel sistema.

Il commissariato di Vittoria. L’ultimo caso è forse il più eclatante: a Vittoria, città di 64mila abitanti in provincia di Ragusa, lo stabile che ospita il commissariato è risultato essere al 50 per cento di una famiglia legata ai clan.

Un immobile per il quale il ministero dell’Interno, ogni anno, sborsa 105mila euro d’affitto, soldi finiti in tasca, in parte, a Rocco Luca, figlio di Salvatore, finito in carcere assieme allo zio e al padre perché indagati con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di proventi illeciti per circa un miliardo di lire, che sarebbero arrivati dalla famiglia dei Rinzivillo di Cosa nostra.

E così le Fiamme Gialle, mettendo i sigilli ai beni della famiglia, si sono ritrovate a dover bussare dai colleghi del commissariato e sequestrare anche la loro casa. Ma non si tratta del primo caso. Perché di immobili pescati nella zona grigia e utilizzati dallo Stato ce ne sono diversi.

La caserma in Calabria. Come, ad esempio, la caserma dei Carabinieri di Santo Stefano d’Aspromonte, nel cuore della Calabria, di proprietà di Rocco Musolino, morto nel 2014 all’età di 88 anni senza incassare mai una condanna definitiva, ma le cui gesta sono state cantate nelle ballate di ‘ ndrangheta e raccontate da diversi pentiti.

“Il re della montagna” ufficialmente era un imprenditore nel settore boschivo – si è visto confiscare da defunto, nel 2018, tutto il suo patrimonio, dal valore di 150 milioni di euro, un tesoro che non poteva derivare, secondo la Dda, dal suo lavoro. E tra gli immobili di sua proprietà vi era dunque anche quello che i militari del piccolo centro aspromontano hanno utilizzato come base dalla quale dare la caccia a delinquenti di ogni tipo.

Ma non solo. A Reggio Calabria anche la sede del Tribunale di sorveglianza si trovava tra le proprietà di un uomo condannato per estorsione aggravata dalla modalità mafiosa, ovvero l’imprenditore Gioacchino Campolo, alias ‘ il re dei videopoker’.

Gli uffici del Tribunale, oggi, si trovano ancora lì, mentre Campolo, dal 2009 in poi, si è visto sottrarre beni per circa 400milioni di euro, tra i quali quadri d’autore, accumulati alle aste giudiziarie, dove si presentava con valigie cariche di contanti.

Il caso siciliano. Storie che si ripetono e che ancora non sono state tutte raccontate. Basta tornare in Sicilia, ad esempio, per trovare edifici pubblici in strutture poco trasparenti. Come Palazzo Benso, costruito nel ‘ 700, sede del Tar, o l’edificio che ospita il Cnr di Palermo – con un canone di locazione che costa circa un milione e mezzo di euro sottratti dallo Stato agli eredi dell’imprenditore Vincenzo Rappa, morto nel 2009 all’età di 87 anni. E pur non essendo organico a Cosa nostra, secondo l’Antimafia «le avrebbe fornito un contributo concreto, specifico e volontario che permetteva di consolidare l’apparato strutturale dell’associazione criminale».

Un’intesa con i clan mafiosi che si sarebbe concretizzata, secondo la Dia, «nel versamento consapevole ad esponenti di spicco di quella consorteria mafiosa di ingenti somme di denaro, ottenendo, in cambio, la possibilità di realizzare importanti operazioni immobiliari, traendo indubbi vantaggi, sia nel settore dell’edilizia privata, che in quello dei pubblici appalti».

Caserta. Ma c’è anche la vicenda del Tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere ( Caserta), situato in un immobile privato di proprietà della “6C S. r. l.”, società dell’ingegnere Palmiro Cosentino, fratello di Nicola, l’ex sottosegretario Pdl in carcere accusato di essere il referente politico della camorra. Palmiro Cosentino non risulta indagato, ma la vicenda, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2017, aveva fatto infuriare Antonio D’Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria. «Come si fa ancora a pagare milioni di euro all’anno per immobili in affitto alla famiglia Cosentino? aveva tuonato – Lo sanno tutti e ciò è inconcepibile». E a giugno scorso è iniziato il trasloco da via Sant’Agata alla nuova sede dell’ex caserma Mario Fiore.

Poi ci sono le scuole, una storia già raccontata nel lontano 1993 in Sicilia, quando nella Commissione antimafia dell’Ars il deputato del Pds Pietro Folena denunciò un mercato miliardario degli affitti «monopolio di alcune società immobiliari che rappresentano anche interessi mafiosi».

Un giro da 16 miliardi di lire l’anno di cui si vociferava già nel 1972, quando la commissione parlamentare aveva denunciato che la maggior parte dei proprietari degli edifici scolastici pubblici era legata a uomini di Cosa Nostra.

Ma qualcosa di simile è accaduto anche a Locri. Una storia ancora tutta da scrivere, dal momento che le indagini della procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria sono state chiuse appena a giugno scorso. Ma il sospetto, anche in questo caso, è che l’istituto d’arte e l’istituto professionale della città, sottoposti a sequestro nel 2017, siano stati prima dati in affitto e poi venduti per milioni di euro alla Provincia pur essendo abusivi. E, soprattutto, costruiti da imprenditori dalla fedina penale immacolata, ma, secondo gli inquirenti, prestanome delle cosche Cordì e Cataldo. Un danno per le casse dello Stato che la Dda quantifica in circa 10 milioni di euro.

Lo Stato smemorato. Ci sono, però, anche i casi in cui lo Stato dimentica di incassare e lascia che siano coloro che ha spogliato dei beni a continuare a guadagnarci su. Come a Buccinasco, dove una coppia ha preso in affitto una villetta, pagando regolarmente il dovuto all’uomo a cui era stata confiscata nel 2013, ovvero il figlio di Vincenzo Ippolito, detto Enzino il siciliano, alla guida della più potente organizzazione di narcotrafficanti tra Milano e il Sudamerica negli anni ‘ 90.

Dalla confisca di sei anni fa a marzo scorso, dunque, Ippolito jr avrebbe continuato ad incassare 900 euro al mese, lasciando debiti condominiali per 20mila euro. Mentre poco distante, a Sedriano, dal 2007 – data della confisca al 2015, un piccolo boss della ‘ ndrangheta ha continuato ad occupare l’alloggio, lasciando dietro di sé 30mila euro di tasse condominiali non pagate, tra gas, acqua e manutenzione ordinaria della palazzina. Un buco che è toccato allo Stato riempire.

 

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