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Furlan: «Senza risposte la protesta del sindacato non si fermerà»

Furlan (Cisl): «dal governo manca una visione strategica generale, un approccio serio di condivisione con i corpi intermedi, sia sindacali che datoriali, per la soluzione dei problemi»
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«Siamo drammaticamente a crescita zero, come ha confermato anche il Def, con una procedura di infrazione già aperta dalla Unione Europea sul rientro del nostro debito pubblico. Già a dicembre Cgil, Cisl e Uil avevano fatto presente al premier che le misure utili a sostenere la crescita erano del tutto insufficienti nella legge di bilancio. Siamo stati facili profeti. Ed è ormai chiaro a tutti che la prossima manovra finanziaria sarà un macigno insormontabile visto che bisognerà trovare 23 miliardi necessari per sterilizzare l’aumento dell’Iva, 10 miliardi per la mancata crescita, altrettanti per finanziare quota 100 ed il reddito di cittadinanza, 30 miliardi per la Flat tax». Non ama molto i giri di parole Annamaria Furlan, Segretaria Generale della Cisl: anche per lei, come il suo collega della Cgil Maurizio Landini, sarà un autunno caldo quello che ci attende nei prossimi mesi.

Segretaria, la produzione industriale in calo ad aprile, il settore dell’auto che ha perso il 17,1 % della produzione in un anno, sempre più aziende in crisi con un aumento vertiginoso della cassa integrazione, calo delle assunzioni stabili e più lavoratori a rischio. Non è proprio un bel quadro quello che si prospetta.

Guardi, noi lo avevamo capito da tempo. Ecco perché oggi saremo accanto ai lavoratori metalmeccanici che protesteranno in tante città italiane, così come hanno fatto nelle scorse settimane gli edili, i pensionati, i lavoratori pubblici, contro l’immobilismo del Governo, in perenne campagna elettorale ed ogni giorno alle prese con le proprie contraddizioni ed i propri contrasti interni. Tutti i nodi stanno venendo al pettine come dimostrano anche le 160 vertenze aperte al Mise, con circa 300 mila lavoratori coinvolti da chiusure, delocalizzazioni, mancati investimenti, crisi aziendali e continue richieste di processi di ristrutturazione. Non basta revocare gli incentivi alle aziende che delocalizzano, una misura che tra l’altro e’ gia’ prevista dalla legge. Cosi come non basta affermare che il futuro produttivo del nostro paese arriverà dalla sinergia intelligente e necessaria con le nuove tecnologie, dalla ricerca di una maggiore produttività o da una migliore distribuzione dei carichi di lavoro. Qui occorre una vera svolta economica che per il momento non abbiamo né visto né sentito. Che cosa rimprovera in particolare al governo?

Da parte dell’Esecutivo Conte manca una visione strategica generale, un approccio serio di condivisione con i corpi intermedi, sia sindacali che datoriali, per la soluzione dei problemi. C’è una scarsa attenzione alla soluzione delle crisi aziendali e ciò che viene spesso pubblicizzato come un successo, dopo poco tempo, ritorna come un macigno sui tavoli del Ministero dello Sviluppo, come dimostrano le vicende spinose di Alitalia, Arcelor Mittal, Whirpool, Alcoa, Termini Imerese, Bombardier, Piaggio Aero, Pernigotti, Mercatone uno e tante altre. Nel frattempo molte aziende vanno avanti senza tener conto di alcuna regola e del rispetto nè per i lavoratori, nè tantomeno per chi li rappresenta. Una situazione, questa, a dir poco incresciosa. Eppure Segretaria, il Governo sembra intenzionato a varare provvedimenti come il salario minimo o lo sblocca cantieri. Perché non vi convince questa linea? Il compito di un governo è quello di saper fare “sistema”, di coinvolgere imprese e sindacati in un “patto” sociale. Invece vogliono fare da soli, con scelte sbagliate come quella di fissare per legge i minimi contrattuali o liberalizzare gli appalti al massimo ribasso. Una scelta questa davvero scellerata. Non si vuole puntare invece ad nuovo modello di sviluppo che punti alla riduzione del cuneo fiscale per alzare i salari, non si sbloccano i cantieri per le infrastrutture, non si favoriscono i nuovi investimenti in innovazione, ricerca, formazione. E soprattutto non si vuole discutere su come introdurre in Italia la democrazia economica e la partecipazione azionaria dei lavoratori che e’ l’unico modo per controllare le scelte delle aziende e dei manager in modo da tutelare i posti di lavoro, le produzioni di eccellenza e la qualità del nostro sistema manifatturiero. Anche i governi precedenti avevano messo in soffitta la concertazione con il sindacato. È vero. La politica pensa di essere autoreferenziale. Si fa fatica a comprendere che un vero cambiamento può venire solo da un percorso “serio” e concertato per il bene comune come più volte ha indicato il capo dello stato. Anche la vicenda dell’accordo sfumato Fca- Renault è in tal senso emblematica. Con la fusione ci sarebbe stata la possibilità straordinaria di creare un grandissimo player internazionale in un settore strategico per la crescita davvero rilevante a livello europeo. Si è persa una occasione storica per far progredire queste tre grandi aziende alle prese da tempo con problemi simili, adducendo una serie di giustificazioni che nulla hanno a che vedere con il futuro del mercato dell’auto. Da un lato abbiamo avuto il protezionismo del governo francese, molto europeista a parole ma non a fatti. Dall’altro, il nostro governo non si è accorto di quello che stava avvenendo, assolutamente distratto a discutere i suoi problemi ‘ contrattuali’.

Dopo la manifestazione dei lavoratori metalmeccanici di oggi, le proteste del sindacato quindi continuano. Arriverete allo sciopero generale nei prossimi mesi?

Guardi, lo sciopero generale non si discute tutti i giorni come una sorta di totem. E’ una cosa seria che si proclama unitariamente quando ogni tentativo di confronto con il governo non è andato in porto. Vedremo quello che succederà nelle prossime settimane. Certamente noi chiediamo una svolta nella linea economica e sociale di questo governo. E continueremo a sostenerlo con forza anche il 22 giugno a Reggio Calabria nella nostra grande manifestazione sul Mezzogiorno, un tema assolutamente dimenticato dal governo. Il riformismo di tutte le forze politiche si misura sui temi del lavoro e della crescita, del futuro dei giovani , aprendo un confronto serio con le parti sociali, con scelte eque e sostenibili. Altrimenti a pagare ancora una volta saranno i più deboli.

 

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