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Il decisionista discreto: dopo re Giorgio c’è re Sergio

Giorgio Napolitano era portato a entrare in campo a gamba tesa, imperiosamente, condizionando con tutti i molti mezzi a sua disposizione l'evolversi del quadro politico, altrettanto Mattarella intenderebbe mantenere il proprio ruolo rigorosamente nei confini dell'arbitro
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Sarebbe difficile trovare concezioni del ruolo del capo dello Stato più diverse da quelle che animano Sergio Mattarella e il suo predecessore, Giorgio Napolitano. Tanto l’ex dirigente del Pci era portato a entrare in campo a gamba tesa, imperiosamente, condizionando con tutti i molti mezzi a sua disposizione l’evolversi del quadro politico, altrettanto l’ex esponente della sinistra Dc intenderebbe mantenere il proprio ruolo rigorosamente nei confini dell’arbitro e soprattutto del guardiano della Costituzione. Del resto, non a caso Mattarella è forse l’unico presidente della Repubblica arrivato sul Colle senza essersi neppur minimamente dato da fare per raggiungere l’altissima postazione. Mattarella, a modo suo, è un minimalista. Le circostanze, però, cospirano per costringerlo a giocare nei prossimi mesi un ruolo ben più attivo e decisionista. Non sarebbe peraltro il primo caso del genere. Nella primavera del 1992 Oscar Luigi Scalfaro fu eletto a sorpresa presidente della Repubblica, sull’onda dello shock provocato dalla strage di Capaci. Scalfaro, la cui concezione del ruolo del Quirinale era molto simile a quella di Mattarella oggi, partì con il dichiarato obiettivo di tornare alla normalità istituzionale dopo la tempesta Cossiga. Finì per diventare suo malgrado il presidente più interventista sino a quel momento: forse persino più, sia pure con diversa visibilità, dello stesso Napolitano.

Negli ultimi giorni Sergio Mattarella, anche se senza mai tradire il suo stile, si è mosso parecchio e ancor di più lo farà nelle prossime settimane. Ha avviato un giro di preconsultazioni informali, incontrando prima Conte e poi Di Maio. Ha ispirato sin nei particolari l’intervento di Ermini di fronte al Csm, a fronte della crisi più profonda che si abbatte sul potere togato da decenni. Ha spinto Conte alla mossa clamorosa della conferenza stampa a reti unificate, allestita in realtà per rivolgersi a due sole persone, ed è impossibile non intravedere la mano del primo cittadino dietro il passaggio più esplosivo della conferenza stampa, quello sul necessario rispetto dei vincoli europei. L’operazione Conte aveva in realtà un obiettivo preciso: restituire al premier una legittimità piena che nel corso della campagna elettorale gli è sfuggita di mano. Solo un presidente del consiglio nel pieno dei suoi poteri sostanziali può infatti funzionare come punto di riferimento del Colle nel governo, interlocutore credibile a Bruxelles ed elemento di rassicurazione per i mercati. L’operazione, portata avanti con una certa goffaggine da Giuseppe Conte, per ora è fallimentare. Salvini ha fato in modo di irridere l’ultimatum del presidente del consiglio. Lui e Di Maio, ignorando l’appello di Conte per il ritiro dell’emendamento leghista sullo Sblocca cantieri, hanno concordato la mediazione su quell’emendamento senza neppure consultare il capo del governo. E’ difficile credere, in queste condizioni, che nei prossimi giorni arriverà da entrambi un credibile e non formale riconoscimento dell’autorità del presidente del consiglio. Di conseguenza Mattarella, preocupatissimo com’è per i rischi che corre il Paese sul fronte dei conti e dei rapporti con la Ue, dovrà probabilmente nei prossimi giorni, entrare sempre più spesso in campo.

Il problema è che il capo dello Stato deve impostare una strategia senza conoscere la principale variabile: le intenzioni di Salvini. Al Colle, come in casa 5S, si chiedono senza trovare risposta precisa se il vincitore delle elezioni europee voglia davvero andare avanti con questo governo o non prepari la crisi in luglio, in tempo per votare alla fine di settembre. Ma c’è un interrogativo inevaso che per il Quirinale è ancora più inquietante: Salvini vuole evitare la crisi con l’Europa o la sta invece cercando? Di certo, anche se le intenzioni del capo leghista nei confronti del governo fossero le migliori, le posizioni non saranno quelle espressa da Conte in conferenza stampa. La stessa tenuta del rapporto con i 5S dipenderà in buona parte, anche se non esclusivamente, dalla linea che l’ondivago Di Maio assumerà sul braccio di ferro con Bruxelles.

La prima esigenza del Quirinale è comprensibilmente stanare Salvini. Anche a questo doveva servire l’uscita pubblica di Conte. Ma stanare Salvini, che per il momento non ha alcuna intenzione di scoprire le proprie carte. È un’impresa impossibile. Le voci dal Colle bisbigliano che, se il governo cadrà, non ci sarà alternativa alle elezioni anticipate. Ma la difficoltà ulteriore è che mentre Napolitano e persino lo Scalfaro alle prese con il primo Berlusconi avevano di fronte leader che riconoscevano in pieno la loro autorità, Salvini appare decisamente meno malleabile. Per ora la strategia del Colle è stata quella di far discretamente sapere che in caso di crisi non ci sarebbe alternativa alle elezioni anticipate in settembre. Non che Mattarella se le auguri, al contrario. Mettere sul tavolo le urne serve a mettere Salvini di fronte a un bivio: o riconoscere l’autorità di Conte e delegare a lui, e dunque in buona misura al Colle, la trattativa con la Ue oppure assumersi apertamente la responsabilità di portare il Paese al voto in condizioni drammatiche. L’agosto, mese eminente per gli attacchi speculativi, potrebbe essere in effetti, senza governo e con la minaccia di una procedura per debito, un mese da incubo. Ma sulla scelta della sfinge di via Bellerio ancora non ci sono segnali inequivoci e probabilmente non ci saranno fino alla fine del mese. Poi, a luglio, Salvini dovrà scoprirsi e forse arrivare al confronto diretto con il Quirinale.

 

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