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La storia italiana vista dalle sbarre di un manicomio

“Primula rossa” il docufilm opera prima di Franco Jannuzzi. Mischiando materiale d’archivio e fiction, il film si ispira alla storia di Ezio Rossi, ex terrorista dei Nap rinchiuso in un ospedale pischiatrico giudiziario (Opg)
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È il 1978 quando in Italia arriva, grazie allo psichiatra Franco Basaglia, la legge 180 che sancisce la chiusura dei cosiddetti “manicomi” promuovendone la trasformazione in istituti per i servizi di igiene mentale. Cosa è cambiato da allora?

L’Italia che si presenta come il primo e forse unico paese ad aver abolito l’esistenza, almeno formalmente, degli ospedali psichiatrici, è avanti in quanto a riabilitazione e cura di chi presenta disturbi psichici? Una risposta a questa domanda prova a darla Primula Rossa, diretto da Franco Jannuzzi e interpretato da David Coco, Salvo Arena, Fabrizio Ferracane, Roberto Herlitzka, Annalisa Insardà. Il film è prodotto dalla Fondazione di Comunità di Messina e Fondazione Horcynus Orca con l’intento di valorizzare l’esperienza di un programma, ‘ Luce e` liberta’, che ha permesso di liberare in soli due anni sessanta persone dall’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto ( Messina).

Jannuzzi il suo intento lo chiarisce sin dall’apertura: percorrere la linea sottile tra le buone intenzioni e la loro realizzazione, il nome comunità che sostituisce quello di ospedale, il comodo non voler vedere con l’impegno molto più coinvolgente di garantire welfare e vita dignitosa a chi non ragiona, pensa e vede il mondo “normalmente”.

Primula Rossa si ispira alla storia di Ezio Rossi, ex terrorista dei Nap (Nuclei Armati Proletari), che ha passato gran parte della sua vita tra il carcere e l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg) e sul suo difficile percorso ed quello di altri “malati” ripercorre 40 anni di Italia, nel bene e nel male. Attraverso un linguaggio cinematografico che mischia materiale d’archivio, documentario e fiction grazie alla ricostruzione delle vicende salienti della vita di Rossi, impersonato sul grande schermo dall’attore Salvatore Arena, il film, nella sua parte recitata, si concentra sull’arrivo di un nuovo psichiatra, il dottor Lucio, interpretato da David Coco, all’interno di una struttura che da subito si capisce essersi sempre comportata come ospedale psichiatrico e non come comunità o residenza.

Non edulcora Franco Jannuzzi che anzi sceglie di far parlare innanzitutto e prima di ogni cosa, le immagini di archivio. Le prime che vediamo sono infatti in bianco e nero, datate 1994 dall’archivio dell’Ospedale Psichiatrico “Lorenzo Mandalari” di Messina, talmente estreme e lesive della dignità umana che non solo impostano i toni del film ma si impongono a ridefinire l’umore dello spettatore.

Il dottor Lucio fa da subito fin troppe domande, ha metodi poco ortodossi perché è attraverso la sua figura che capiamo la divisione interna che c’è in queste strutture, tra chi punta a riabilitare e chi a nascondere e contenere. Indaga sul passato dei suoi pazienti, specialmente su Ennio Ferraris ( il nome di finzione di Ezio Rossi) incontrando persone vicende criminali che hanno coinvolto Rossi), testimonianze dello stesso Rossi e di altri pazienti. Per entrare nel mondo visionario e bizzarro che spesso chi è affetto da disturbi psichici si immagina e inventa, Primula Rossa mette in scena delle storie complementari a quella di Rossi: c’è la Spia, L’Uomo che visse due volte, Il pastore solitario.

Queste esistenze, frutto dell’immaginazione di queste persone, sono abbastanza affascinanti da portare chi guarda a porsi delle domande. Possibile che le persone intervistate, che parlano delle procedure messe in pratica dagli operatori per tenerli a bada, non siano “degne” di potersi ricostruire una vita fuori da una struttura che internando, di fatto, pone fine definitivamente, ad ogni slancio di interazione con l’altro, ogni voglia o desiderio dell’essere umano di sentirsi utile al prossimo, alla comunità? Che cammino è stato intrapreso in tal senso?

Cosa si può fare per replicare situazioni felici come quella del programma Luce e Libertà? Jannuzzi riesce nel suo scopo, più didattico e formativo che cinematografico di fare un punto della situazione e insinuare il dubbio in chi si approccia a Primula Rossa. A risentirne è lo stile del film stesso che alla potenza delle immagini e testimonianze d’archivio non riesce a restituire altrettanta forza nelle ricostruzioni di finzione, nonostante le buone prove di David Coco e del sempre magistrale Herlitzka.

Con tutte le sue imperfezioni, Primula Rossa svolge il suo compito con chiarezza e senza perdere di vista l’obiettivo iniziale e questa è una qualità da premiare, guardandolo in sala.

 

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