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Il Liber amicorum, ovvero come i cattedratici portano la scienza per mano

Un omaggio a Giuseppe Morbidelli, docente di diritto amministrativo e costituzionale. I gusti, la vita e l'arte di non portare mai i compiti a casa
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Circolano a piede libero su e giù per lo Stivale ‘ uomini sogliola’ in quantità industriali. Uomini, intendo dire, a una sola dimensione. Anche tra i cattedratici. Coltivano il loro orticello e non guardano oltre la punta del loro naso. Sono chini sulle sudate carte, con il rischio di prendersi la scoliosi. Quando scrivono – si tratti di libri, di saggi o di semplici articoli di giornale – hanno l’incubo dell’incipit. Ai tempi della macchina per scrivere, appallottolavano carta su carta con destinazione il cestino. E adesso che imperversa il computer, di continuo cancellano e riscrivono in preda al panico. Provano e riprovano come se fossero adepti dell’Accademia del Cimento.

Dulcis in fundo, gettano il cuore oltre l’ostacolo e cominciano a infilare una parola dopo l’altra. Dopo uno studio matto e disperatissimo, si capisce. Il guaio è che i periodi sono di una lunghezza esasperante. Per leggerli, occorrerebbe una bombola d’ossigeno. Ma loro, niente. Credono che il periodare sofferto sia la cartina di tornasole della scientificità. Se non proprio della gaia scienza. Dimentichi, costoro, del monito di Giovanni Sartori. Uno spirito cartesiano anche grazie alla Repubblica sociale italiana di Benito Mussolini. Già, perché non volendo arruolarsi con tanti saluti al bando Graziani, il futuro scienziato della politica fiorentino salì in soffitta della bella casa su quello che adesso è il viale Gramsci ( ma lui, anticomunista viscerale, la posta se la faceva recapitare sull’entrata che dà sul viale Segni). E per ammazzare il tempo, cominciò a leggersi i maggiori filosofi di ogni tempo. Sarà per questo che soleva dire: “Chi scrive o parla oscuro o è un briccone che ha qualcosa da nascondere o, peggio, è un imbecille che non ha nulla da dire”. Parole sante.

Giuseppe Morbidelli, Beppe per gli amici, è di tutt’altra pasta. Tra i suoi colleghi cattedratici, c’è chi preferisce leggere e chi predilige scrivere. Lui, da sempre, fa l’una e l’altra cosa con la massima disinvoltura.

Per cominciare, è onnivoro. Certo, dà la precedenza ai saggi di diritto amministrativo e di diritto costituzionale, indifferentemente italiano o comparato. Ma, diavolo d’un uomo, non disdegna la letteratura italiana e straniera. Coltiva la storia patria con particolare riguardo a quella costituzionale.

E, carduccianamente, scrive scrive e ha molte altre virtù. Ovviamente scrive non per sé, a differenza di tanti altri suoi colleghi, ma per coloro che presumibilmente saranno i suoi lettori. E ha il raro dono di farsi capire. D’altra parte, il professore universitario che ha insegnato nelle Università di Cagliari, di Firenze e alla romana Sapienza, fa tutt’uno con l’avvocato di chiara fama.

Giuseppe Morbidelli si laurea in diritto amministrativo con Giovanni Miele, un omino di squisita cortesia e cattedratico di grande valore. E una volta partito, Beppe non si ferma più. Sale le scale del sapere con levità, all’apparenza senza fatica, senza il sudore della fronte. Napoleone sosteneva che non basta il valore, serve anche la fortuna. E la sua fortuna consiste anche nel fatto che a mettergli gli occhi addosso è niente meno che Alberto Predieri, un uomo geniale dal carattere impossibile. Come tutti gli uomini di carattere, del resto. Nei suoi primi 75 anni ne ha fatte di cose. Illustre cattedratico, avvocato capace di vincere cause impossibili, sagace presidente di banca, componente di un’infinità di commissioni ministeriali, curatore di collane scientifiche, relatore a importanti convegni scientifici in Italia e all’estero. E ci fermiamo qui perché altrimenti ci dovremmo dilungare per pagine e pagine. Con il rischio di omettere questo e quell’altro.

Il fatto stupefacente è che lui riesce a fare molte altre cose che con la cattedra e l’avvocatura hanno ben poco a che fare. Per esempio, è un ottimo tennista, e il tennis va coltivato di continuo. Ama andare a sciare. Mica all’Abetone ma – noblesse oblige – a Cortina, dove è di casa. E colà si fa delle belle passeggiate con Antonio Patuelli, amico di vecchia data che con lui nel secolo scorso sostenne con successo l’esame di diritto amministrativo nella Facoltà fiorentina di Giurisprudenza, dove si è brillantemente laureato. Non disdegna lunghe nuotate in quel di Forte dei Marmi. Gira per l’universo mondo. Coltiva sia il teatro sia il cinema. E’ un buongustaio. Ma come tutti i veri buongustai non mangia, spizzica. Per tenersi in forma.

Insomma, quel fenomeno di Beppe è un uomo integrale. La sua personalità ha più sfaccettature degli esami di Eduardo De Filippo. Perché non finiscono mai. Per certi aspetti ricorda un po’ Gianni Letta, il mitico direttore del Tempo che stravedeva per Giulio Andreotti e temeva Amintore Fanfani, e i due si detestavano, e in seguito braccio destro e sinistro di Silvio Berlusconi. Per i suoi abiti di buona fattura sartoriale, per i capelli sempre composti, per una freschezza dopo una dura giornata di lavoro, come se fosse appena uscito dalla lavatrice. Nel mio piccolo, poco più grande di lui, l’ho sempre tenuto d’occhio. Non foss’altro che per carpire il segreto del suo successo. Me lo sono domandato più volte. E, novello Sherlock Holmes, ho avuto l’illuminazione. Il suo segreto è che non si porta mai i compiti a casa. Beppe fa una cosa alla volta. E, quando l’ha fatta ben bene, passa ad altro. Insomma, è un uomo a compartimenti stagni. Come lo è, tanto per non fare nomi e cognomi, Andrea Manzella e come lo era Andreotti. Questa circostanza lo porta a concentrarsi su ciò che sta facendo al momento in modo tale da realizzarla in un battibaleno. Come se la giornata per lui non fosse di ventiquattr’ore ma di quarantotto.

Questo fenomeno vivente, che mi onora della sua amicizia, ha un’altra dote che apprezzo moltissimo. Si confronta con tutti, senza pregiudizi. Ma non si confonde con nessuno. Come Ettore Petrolini, può dire con orgoglio di discendere dalle scale di casa sua. Senza padrini né padroni. Senza dover stare con il cappello in mano davanti ai potenti di turno. E questo in un’Italia dove a volte, per fare carriera, una tessera non basta. Ce ne vogliono almeno due. Anche per questo, sei un grande. Grazie Beppe. Di tutto cuore.

 

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