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Assolta dopo 5 anni l’ex sindaca antimafia accusata di collusione coi clan

L'odissea giudiziaria di Carolina Girasole
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Una vita da icona antimafia. Poi il capovolgimento di fronte, il sospetto, da brividi, che tutto quel successo mediatico, pure le intimidazioni, fossero frutto proprio di un accordo con i clan. Il processo e, poi, l’assoluzione. Non una, ma due volte. Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, sullo Ionio calabrese, non era ammanicata con la ‘ndrangheta. Anzi, quella ‘ndrangheta che per la Dda le aveva spianato la strada verso il Comune, in realtà, la odiava tanto.

Lunedì, alle 17.30, il giudice Giancarlo Bianchi, presidente del collegio giudicante, lo ha chiarito dopo tre anni di processo, confermando in pieno l’assoluzione di primo grado, pronunciata il 22 settembre 2015. Assolta da tutti i reati per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste, il massimo possibile, così come il marito Franco Pugliese, per l’accusa questuante di voti dal sapore mafioso.

I due avevano passato 168 giorni agli arresti domiciliari, a partire dal 19 dicembre 2013, e tra un’assoluzione e l’altra sono passate pure due sentenze di incandidabilità. La Dda ha sostenuto con fermezza la sua tesi, portandola due volte in aula. Girasole, secondo l’antimafia, avrebbe «ricevuto il sostegno elettorale della famiglia Arena», teorema costruito ascoltando in cuffia gli uomini del clan che sostenevano di aver raccolto voti «facendo favori ai cristiani».

E per l’accusa, la condotta votata alla legalità mantenuta dal sindaco era mera apparenza, sostenuta da quella celebrazione mediatica che, assieme alle numerose intimidazioni subite, aveva fatto di lei un’eroina. Quella tesi, secondo la prima sentenza d’assoluzione, era «infondata»: Girasole, come emerso dalle intercettazioni, era considerata dal clan un’acerrima nemica.

I giudici avevano evidenziato anche errori grossolani compiuti durante le indagini, come nel caso della conversazione in cui «l’accoscato» Pasquale Arena parla non di mille “voti” ( come trascritto nei brogliacci) «ma di “350” volte in cui si sarebbe adoperato, sostenendo la candidatura per l’elezione non della Girasole, ma di altro personaggio politico». Una sentenza che non piacque al pm Domenico Guarascio, che nel suo atto d’appello parlò di prove ignorate, travisate e sminuite. E a ciò si era aggiunta la decisione dei giudici di decretare l’incandidabilità dell’ex sindaco.

Carolina Girasole, però, non solo non avrebbe mai fatto nessun accordo con gli Arena, ma la sua politica amministrativa li avrebbe combattuti. Il reato di corruzione elettorale, scrivevano i giudici, «si è rivelato del tutto infondato, in quanto campato su elementi inconsistenti se non addirittura contrari all’ipotesi accusatoria». Le intercettazioni, anzi, «rivelano una macchinazione degli Arena, uno stratagemma per farla cadere».

«È una liberazione», esulta oggi Girasole. Sono stati «5 anni e mezzo di incubo, un calvario durissimo, con accuse infamanti e in contrasto con quella che era la mia attività amministrativa». Un’accusa che in questi anni l’ex sindaco, assistita dagli avvocati Mario e Marcello Bombardiere, ha cercato di smentire mettendo ordine agli atti, trovando quelli che mancavano, facendo trascrivere le intercettazioni in maniera corretta.

«Da una parte – spiega al Dubbio – c’era la sicurezza di non aver fatto niente, anzi, di aver agito contro la ‘ ndrangheta, ritrovandomi, però, in quella situazione. Dall’altra c’era la paura, perché anche se era tutto molto chiaro la procura continuava ad accusarmi. Fino alla sentenza di primo grado sono stata tranquilla, pensavo di aver chiarito tutto. Invece c’è stato l’appello, un ulteriore incubo, perché l’ho vissuto come un accanimento». Da questi lunghi anni Girasole e suo marito ne escono «provati», confusi. Anche perché, dice, «chi fa un accordo con le cosche non può, poi, fare gli atti amministrativi che ho fatto da sindaco. Nessuno sarebbe così folle. La procura ha parlato di travisamento delle prove, ma evidentemente non eravamo noi a non aver capito bene».

L’altra battaglia da portare avanti, ora, è quella contro l’incandidabilità, per la quale pende un ricorso in Cassazione. «Non posso accettare quella sentenza – spiega – e non perché voglia ricandidarmi, ma perché non mi si addebita nulla in quella richiesta. Si parla, molto vagamente, di disordine amministrativo e viene disconosciuto tutto ciò che ho fatto sui beni confiscati, sull’abusivismo edilizio e su tutto il resto. Ciò che ho fatto in 5 anni è stato duro e impopolare e se lo scopo era concludere un’esperienza amministrativa farlo in questo modo è inaccettabile». Di quel percorso – «molto lungo, complicato e bello» – rimangono i beni confiscati, le associazioni, la presenza di Libera sul territorio. «Ma il percorso è stato interrotto», commenta amaramente.

E poi c’è la querela contro la commissione d’accesso che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione. «Di quella non si sa nulla – spiega – L’ho fatto perché mi si addebitano cose di cui non ho assoluta responsabilità e vengono dette cose false». Ora non rimane che aspettare. E provare a riprendersi una vita che, per 5 anni, è rimasta in pausa. «Cercherò di ritrovare la serenità per vivere in pace con la mia famiglia. Mi difenderò ancora e probabilmente scriverò un libro». E l’antimafia? «Ci credo ancora – conclude – Ma c’è chi la utilizza come bandiera per pubblicità o interessi. Quello che ci distingue sono gli atti, non i convegni o le parole. Non mi ero candidata per diventare un’eroina, ma lungo quel percorso mi sono trovata a scontrarmi con interessi privati che erano quelli della cosca. E ho fatto una scelta».

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