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Ora il leader leghista si sente accerchiato dalla magistratura

Prima il braccio destro Siri, poi il governatore della Regione simbolo del Carroccio. Per il ministro dell’Interno è un momentaccio. Che arriva alla vigilia delle elezioni
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Se si tratta di coincidenza, e sarà certamente così anche se qualche dubbio è umano nutrirlo, bisogna dire che per Luigi Di Maio è di quelle fortunatissime. A tre settimane da elezioni che per il suo Movimento minacciavano di risolversi in un disastro, il governatore leghista della principale regione italiana, Attilio Fontana, è indagato per abuso d’ufficio, nel quadro di un’inchiesta che falcidia la Forza Italia lombarda. Il sottosegretario di fiducia di Salvini, Armando Siri, è stato dimesso ieri d’autorità dopo un braccio di ferro che il leader della Lega aveva incautamente ingaggiato e che si conclude con una sua sconfitta secca. Il numero due del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, è da settimane preso di mira anche se non colpito direttamente, o forse non ancora. Come gradito contorno, raffiche di scandali affondano l’immagine del Pd su e giù per la penisola.

Il paragone con Tangentopoli, squadernato dallo stesso Di Maio, è fuorviante. Quello era un sistema di finanziamento illecito dei partiti organizzato e strutturato, anche se nelle sue pieghe non mancavano casi di malversazione individuale. Ora si tratterebbe invece di una corruzione endemica e diffusa, anarchica e caotica, nella quale trionfano i piccoli scambi di favori, le assunzioni, la clientela e non le cifre vertiginose della maxi tangente Enimont. E’ un non- sistema che è già stato visto all’opera decine di volte, basti pensare ai casi dell’ex governatore lombardo Formigoni, oggi dietro le sbarre, o della ex governatrice del Lazio Polverini, travolta da uno scandalo messo a nudo dalle faide interne alla sua stessa maggioranza.

Questo modello di corruzione prospera non grazie alla centralizzazione, come nel modello di craxiano di finanziamento illecito strutturato, ma al contrario nelle amministrazioni locali. La Lega si ritrova così nel mirino due volte: una per i suoi esponenti coinvolti nelle indagini, l’altra perché le autonomie rafforzate che ha promesso alle proprie roccaforti del nord, Lombardia e Veneto, portano alle estreme conseguenze proprio quel modello di decentralizzazione che, indipendentemente dall’esito delle indagini di oggi, si è già dimostrato più volte criminogeno.

Così, a un passo dalle elezioni europee che dovevano sancirne il trionfo, Salvini si trova alle prese con la prima vera difficoltà dalla nascita del governo gialloverde in poi. Sul caso lombardo si è limitato a definire «vergognosi» gli attacchi contro Fontana «al di sopra di ogni sospetto». Nell’ultimo atto della vicenda Siri si è sostanzialmente arreso. La dimissioni del sottosegretario, sia chiaro, erano inevitabili e l’ipotesi che il capo della Lega potesse aprire una crisi di governo su un terreno per lui così sfavorevole, in seguito a dimissioni che il 70% degli italiani considera giuste, era in realtà fuori discussione. Poteva però drammatizzare o stemperare la vicenda, far suonare o meno la sirena d’allarme sul futuro del governo, mettere in campo più o meno ultimativamente la richiesta di procedere subito sulla Flat Tax nonostante i dubbi di Conte, come prometteva di fare alla vigilia. Alla fine Salvini ha scelto di evitare la spaccatura. La discussione nel cdm è stata un minuetto, con gli avvocati Conte e Bongiorno che hanno dissertato a lungo in punta di diritto, i due vicepremier che hanno preso la parola per illustrare le loro diverse e opposte posizioni, tutti impegnati a confermare la ferma intenzione di andare avanti con il governo come se l’incidente non fosse mai avvenuto. Prima ancora che la riunione fosse sciolta la Lega faceva già circolare un comunicato in cui veniva ribadita la difesa di Siri, a questo punto quasi d’ufficio, ma anche la fiducia nel premier che aveva appena dimesso lo stesso Siri. Sulla remissività di Salvini hanno certamente pesato l’accerchiamento giudiziario e la giustificata convinzione che in una temperie che riporta il tema della corruzione al centro, sostituendo quella campagna anti- immigrazione che il leghista ha cavalcato per un anno, i suoi spazi di manovra siano drasticamente ridotti. Alla fine del duello vinto, un Di Maio mai così trionfante ha annunciato un imminente vertice di maggioranza sui due nuovi ‘ obiettivi gemelli’ della coppia riconciliata: Flat Tax per la Lega, salario minimo per i 5S. Quanto alle coperture, Di Maio non esita: ‘ Si può sfondare il tetto del 3% di deficit’.

Sembra una ripetizione quasi pedissequa del copione andato in scena l’anno scorso, con le due nuove bandiere a rimpiazzare Quota 100 e RdC. Solo che stavolta il quadro della situazione economica è peggiore, l’eventualità di un atteggiamento conciliante da parte di Bruxelles molto più remota e la solidità di una pace fragile e piena di malumori quale quella raggiunta ieri tutta da verificare.

Qualche tempo fa Salvini parlava apertamente di una legge sulla responsabilità civile dei giudici, provvedimento inabbordabile sino a che M5S sarà al governo.

L’affondo della magistratura mette il capo leghista di fronte a un bivio: può frenare la sua eterna offensiva e trincerarsi dietro la difesa della attuale maggioranza e del governo a ogni costo, oppure, qualora decidesse di arrivare a uno scontro col potere togato, può ripiegare verso l’alleanza con Fi, necessaria in caso di conflitto aperto con la magistratura. Ma prima di decidere Salvini deve aspettare l’esito del test elettorale, fra poche settimane.

 

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