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Caso Cucchi, il rammarico per il tempo perduto e il dolore per quella vita uccisa

Soddisfazione per la lettera del comandante Giovanni Nistri
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Ad ascoltare la descrizione dettagliata e crudele delle violenze subite da Stefano Cucchi nella caserma Casilina, la notte del 15 ottobre del 2009, a opera di due carabinieri, tra le molte emozioni una risulta la più intollerabile, quella che porta a chiederci: ma tutto ciò non si poteva già leggere nelle foto del volto e del corpo del giovane scattate all’obitorio? Perché sono stati necessari quasi dieci anni e mille menzogne e altrettanti oltraggi prima che la verità esplodesse, nitidamente, nella testimonianza del vicebrigadiere Francesco Tedesco?

Mentre finalmente una così lunga battaglia giunge al suo passaggio cruciale, è impossibile non rammaricarsi per tutto il tempo perduto e per l’immenso scialo di sofferenza che ha seguito il dolore per quella vita uccisa e che ha richiesto una tenacia senza pari e una inesausta pazienza ai familiari di Stefano Cucchi e al loro avvocato Fabio Anselmo. E così, anche la soddisfazione per il fatto che il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, in una lettera alla famiglia, esprima il suo rammarico per il comportamento di alcuni militari e si impegni a costituirsi parte civile contro di loro, è attenuata dalla sensazione che ciò arrivi molto, forse troppo, tardi. Già nel febbraio del 2017, con Ilaria Cucchi incontrammo l’allora Comandante Generale Tullio Del Sette che definì estremamente grave che alcuni carabinieri avessero potuto “perdere il controllo e picchiare una persona arrestata secondo legge per aver commesso un reato, che non l’avessero poi riferito e che alcuni altri avessero potuto sapere senza segnalarlo”.

Da allora sono passati altri ventisei mesi e questo periodo di tempo non solo ha ancora differito l’accertamento della verità ma, temiamo, ha puntellato la costruzione della menzogna intorno a quella notte del 15 ottobre 2009, sorreggendo ulteriormente un castello di manipolazioni, deviazioni e deformazioni della verità. E ha ancora prolungato quell’atteggiamento di omertà che ha consentito in questo e in altre decine di non troppo dissimili casi Cucchi che lo spirito di corpo prevalesse su tutto, rafforzando legami di complicità all’interno dell’Arma, irrobustendo solidarietà di appartenenza e di corporazione, esaltando forme aggressive di chiusura. A tutto ciò ha contribuito l’inerzia di comandi dell’Arma, talvolta addirittura conniventi e la codardia di gran parte della classe politica nazionale. Quest’ultima rivela da sempre un vero e proprio complesso di inferiorità nei confronti dell’Arma dei carabinieri, una sudditanza psicologica che induce a ritenere come unico bene da perseguire l’unità – comunque e a qualunque costo – del corpo militare, invece che la sua democratizzazione che potrebbe comportare anche conflitti interni tra diverse idee del ruolo dell’Arma e della sua identità.

In altre parole, piuttosto che favorire una evoluzione dei carabinieri verso una fisionomia costituzionale, rispettosa dei diritti e delle garanzie del cittadino, e al suo servizio, si opta tutt’ora per la sua connotazione come strumento essenzialmente, se non esclusivamente, di mera repressione. Questo, nonostante qualche segnale positivo e qualche misura riformatrice, fa sì che la grande questione della formazione degli appartenenti all’Arma resti trascurata e comunque sottovalutata. La formazione culturale e, appunto, costituzionale, ma anche quella operativa, strettamente collegata all’esigenza di tutelare sempre e comunque l’integrità del cittadino, è tutt’ora un problema irrisolto.

Un esempio solo. Nel gennaio del 2014, il Comando generale dell’Arma aveva emanato una circolare a uso di tutti gli operatori in cui venivano esplicitate le linee di intervento nei confronti di fermati in stato di alterazione psicofisica «al fine di ridurre al minimo i rischi per l’incolumità delle persone». Per esempio, si evidenziava come fosse ritenuto importante scongiurare i «rischi derivanti da prolungate colluttazioni o da immobilizzazioni protratte, specie se a terra in posizione prona» e si specificava di evitare «in ogni caso posture che comportino qualsiasi forma di compressione toracica», la quale «può costituire causa di asfissia posturale». Appena qualche settimana dopo, a Firenze, Riccardo Magherini moriva per strada sottoposto da parte di tre carabinieri esattamente a quella presa che la circolare del comando dell’Arma intendeva interdire. E, a quanto si sa, quella circolare è stata poi ritirata. E allora è impossibile non chiedersi quanti altri cittadini, italiani e non, in questi anni e nei prossimi, rischino di finire vittime di “asfissia posturale”.

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