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Zero permessi umanitari, l’Italia non accoglie più

Da circa il 50% di riconoscimenti di domande per la protezione umanitaria a meno del 2% di accoglimenti: 1,8%, per la precisione. E’ questo il primo bilancio della stretta imposta dal Vimnale sui presupposti per il riconoscimento di forme di protezione internazionale.
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Da circa il 50% di riconoscimenti di domande per la protezione umanitaria a meno del 2% di accoglimenti: 1,8%, per la precisione. E’ questo il primo bilancio della stretta imposta dal Ministero dell’interno sui presupposti per il riconoscimento di forme di protezione internazionale diverse dallo status di rifugiato.

La “linea dura” voluta dal ministro Matteo Salvini sta dunque raggiungendo in anticipo sulla tabella marcia lo scopo prefissato: stop definitivo entro l’anno ai permessi umanitari. Il cambio di rotta è avvenuto con l’entrata in vigore lo scorso anno del “decreto sicurezza” che ha comportato un aumentato esponenziale dei rigetti delle domande di protezione internazionale da parte delle Commissioni territoriali. L’immediata conseguenza è stata, però, la crescita del numero dei ricorsi contro i provvedimenti di diniego davanti alle sezioni specializzate dei Tribunali.

Tale situazione avrà ripercussioni anche sul carico di lavoro della Corte di Cassazione, già in difficoltà per l’aumentato numero di ricorsi a seguito dell’abolizione dell’appello. Le Commissioni territoriali, un tempo vero collo di bottiglia nella procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato, sono state in questi mesi notevolmente rafforzate. Il Viminale ha aumentato la loro forza organica inviandovi personale scelto. Il Ministero, oltre ad aver incrementato il numero delle sezioni, ne ha anche aperte di distaccate.

Il collo di bottiglia si è quindi spostato nei Tribunali dove il numero dei giudici destinati alle sezioni specializzate in materia di immigrazione e protezione internazionale è attualmente sottodimensionato per fronteggiare questa mole di ricorsi, rispettando i tempi imposti dalla legge per la definizione dei procedimenti.

La “linea dura” salviniana non si ferma comunque alle domande. A farne le spese sono coloro che, titolari di un permesso di soggiorno per protezione internazionale ed umanitaria, volevano rinnovarlo. Qui la scure è stata implacabile, con dinieghi pressoché generalizzati. Tutti provvedimenti che vengono successivamente impugnati, andando ad ingrossare i ruoli delle sezione specializzate dei Tribunali, interessate quest’ultime anche dal contenzioso determinato dall’esclusione dei richiedenti asilo dall’iscrizione anagrafica.

Sul punto l’Associazione nazionale magistrati, nell’ultimo Comitato direttivo, ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura ed al Ministero della giustizia provvedimenti immediati.

Fra le richieste: applicazioni extradistrettuali straordinarie alle sezioni specializzate, previa analisi delle sopravvenienze; aumento delle piante organiche dei Tribunali sedi di sezioni specializzate e dei corrispondenti uffici di Procura, da destinare a queste ultime; fornitura di linee guida ed indicazioni specifiche ai presidenti di Tribunale per il rafforzamento delle sezioni specializzate, con l’assegnazione di giudici a tempo pieno e non in coassegnazione con altre sezioni ed anche attraverso la effettiva costituzione dell’ufficio per il processo, prevedendo l’assegnazione di un numero congruo di stagisti e di giudici onorari in affiancamento.

La riforma fortemente voluta da Salvini, «provoca – scrivono le toghe – un aumento significativo dei ricorsi non legato all’attualità del fenomeno degli sbarchi sul nostro territorio. Un fenomeno destinato ad essere strutturale e non transitorio», concludono quindi i magistrati.

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