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Maledetto Faber, ora ti amano tutti!

Vent’anni fa moriva Fabrizio De André. E’ stato, forse, il più grande cantautore italiano del Novecento. Ora tutti dicono: «Che artista!»
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Una volta Fabrizio De André, chiacchierando con Adriano Botta che lo stava intervistando per l’Europeo, spiegò in poche parole cosa pensava di se stesso e delle scelte della sua vita. Disse : «Ho letto Benedetto Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti: dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante». Già, proprio così. E non si può dire che la sua decisione fosse sbagliata. Fabrizio De Andrè, “Faber” ( come lo ribattezzò Paolo Villaggio) è stato probabilmente il cantante italiano di maggior talento di tutto il secolo. Il cantautore più bravo, più originale, più estroso. Uno dei pochissimi in grado di mettersi alla pari con i grandi cantautori americani, francesi, brasiliani.

E’ morto 20 anni fa. L’ 11 gennaio del 1999. Stroncato da un tumore in pochi mesi, alla vigilia del nuovo millennio e alla vigilia dei suoi sessant’anni. A conclusione di una vita molto complicata, piena di successi, di delusioni, di rotture, di amori, di avventure, di alcool.

Fabrizio de André è stato il più grande dei cantanti italiani ( diciamo pure dei cantautori) e il più sovversivo. O forse: è stato il più grande, sebbene il più sovversivo. O forse ancora: proprio perché il più sovversivo.

Faber era sovversivo nelle sue canzoni come nella vita. Era anarchico, gli piaceva Bakunin, odiava il potere. Sì, anche il potere politico, certo, ma soprattutto il potere- potere, cioè la repressione, i giudici, la polizia, i guardiani dell’ordine costituito. Magari diciamolo sottovoce, per non scandalizzare nessuno ( di questi tempi), però è difficile negare che se c’era un valore che De Andrè aborriva questo valore è la legalità. A lui piaceva vivere borderline e gli piacevano le persone borderline 8 o anche oltre il “border”), come Bocca di Rosa, come l’assassino, come il “tipo strano” che si aggirava nel porto di Genova dopo aver venduto sua madre a un nano per tremila lire, se ricordo bene.

Lui stesso, neanche ventenne, si era fidanzato con una prostituta di via Prè. Creando grande scandalo nella sua famiglia. Il padre di Fabrizio all’epoca era un cinquantenne, era stato vicesindaco di Genova, era amministratore delegato della Eridania. Non era contento del comportamento da sbandato di Fabrizio, e della sua continua sfida a tutto ciò che era perbene. Voleva che Fabrizio facesse l’avvocato. Invece Fabrizio a 20 anni scrisse “La Ballata del Miché”, ebbe un certo successo, lasciò la facoltà di Legge e iniziò a strimpellare e a scrivere musica. Tanti anni dopo disse: «Miché mi ha salvato. Grazie a lui sono diventato un discreto cantante invece che un pessimo penalista».

Fabrizio era nato a Genova il 18 febbraio del 1940. E aveva iniziato a comportarsi male già alla scuola media. Era un geniaccio, questo è chiaro, ma le regole non le sopportava, studiava un po’ come gli pareva a lui, faceva impazzire i professori. A otto anni, in vacanza a Cortina D’Ampezzo, aveva conosciuto un ragazzo parecchio più grande di lui. Si chiamava Paolo, aveva 15 anni ed era anche lui un po’ scapestrato. Fecero amicizia. Ma un’amicizia vera, forte, che durò tutta la vita. Paolo si comportò per vari anni da fratello maggiore. Poi da fratello più vecchio ma minore. Paolo, il giorno dei funerali di Fabrizio, disse che per la prima volta aveva provato invidia per un amico e per un funerale. Perchè disse – diecimila persone commosse in quel modo lui non le avrebbe mai avute al suo funerale. Qualche anno dopo morì anche Paolo e pure i suoi funerali furono ben partecipati e commoventi.

Paolo, di cognome si chiamava Villaggio. Fece l’attore. Per il grande pubblico ebbe forse un successo ancora maggiore a quello di Fabrizio. Però Fabrizio è sempre stato un numero uno, o forse un numero unico, Polo no. Negli anni sessanta scrisse per Fabrizio una canzone un po’ sboccata, che vendette molti dischi: Re Carlo tornava dalla guerra. Di nuovo una storia di puttane e di scopate, e di lamenti del re tirchio che non voleva pagare cinquemila lire alla sgualdrina e scappava via frustando il cavallo. De André ha cantato l’amore, il sesso, ha cantato la miseria umana, ha cantato le lodi dell’illegalità, anche del crimine. Molte sue canzoni oggi non sarebbero accettate da nessun produttore. Pensate a quella in semi- dialetto napoletano, bellissima – don Raffaè – scritta pensando a Raffaele Cutolo, cioè il capo della camorra. Oggi Fabrizio è morto, Cutolo sta ancora in galera e credo sia il detenuto che ha scontato la pena più lunga di qualunque altro detenuto. Con qualche mese di intervallo, sta dentro dal ‘ 62. Voi vi immaginate se oggi qualche cantautore si presentasse, per dire, a Sanremo o a X Factor e dicesse che lui vuole cantare una canzone nella quale si parla – dico un nome a caso – di Matteo Messina Denaro? E’ vero che don Raffaè non è una esaltazione del capo camorrista, tutt’altro, ma un testo che critica la condizione delle carceri italiane e la sottomissione dello Stato ( “e lo stato che fa? Si costerna si indigna si impegna poi getta la spugna con gran dignità…”). Però è il linguaggio diretto, anticonformista, antiperbenista di De Andrè che oggi sarebbe inammissibile.

Del resto già quarant’anni fa non è che fosse amatissimo. Né a destra, tra i conservatori, che si scanda- lizzavano facilmente. Né a sinistra, dove era considerato un individualista, un cane sciolto, un tipo molto borghese e parecchio pericoloso. Persino “Lotta Continua” stroncò uno dei suoi dischi che io penso sia forse il più bello e più di rottura di tutto il suo repertorio: “Storia di un impiegato”. E’ del ‘ 73, rilegge il sessantotto a modo suo, rilancia l’idea dell’anarchia, contesta tutte le istituzioni e tutti i poteri, il carcere, i giudici, invita alla rivolta, condanna la lotta armata, esalta i prigionieri, i detenuti, i delinquenti. E riesce persino a parlare d’amore, con la sua tristezza di sempre, con la disillusione e il pessimismo che sono il suo Dna, ma anche con lo struggimento e la capacità di commuovere che nelle sue canzoni non manca mai, mai, proprio mai.

Quali sono le grandi istituzioni che de Andrè ha messo in discussione nei circa 40 anni della sua attività? La Chiesa, la Magistratura, il Carcere, la Legge, la Morale comune, il Sindacato. Quasi tutto. E su quasi tutto la sua critica è impietosa e urta il senso comune. Anche perché Faber contesta le istituzioni, non i valori e i sentimenti. Per esempio è severissimo con la Chiesa, coi preti e coi magistrati, ma non con la religione e con il diritto. Tutt’altro. Concepisce il diritto in modo molto originale: diritto a non essere giudicati e comunque a non essere puniti. La sua prima canzone – lo abbiamo detto – è la ballata del Miché, ed è una canzone che esalta un omicidio. Michè ha ucciso il rivale d’amore, ha ucciso per amore, per amore di Maria, e dunque la punizione è ingiusta e Miché si ribella nell’unico modo possibile: uccidendosi. E uccidendosi beffa tutti: evade. Faber è dalla parte di Miché: amante, uccisore, evaso, suicida. Ci sono Tutti i peggiori peccati possibili nella persone dell’eroe.

E così anche nella sua religione – fortissima, a volte quasi ascetica – Faber parte dai peccati: lui sta con Cristo ma vuole peccare, perché Cristo è perdono e non punizione, è debolezza e non forza, è errore e non correttezza, è fuorilegge e non giudice, sta coi ladri e non coi derubati. “Guardate la fine di quel Nazareno, e un ladro non muore di meno…”.

Oggi vedo che De André non scandalizza più. Molti se ne appropriano. Lo hanno esaltato, qualche anno fa, Fabio Fazio e Roberto Saviano, che pure sono ultralegalisti. Lo ha lodato Matteo Salvini. Persino tra i 5 Stelle De André va per la maggiore. Del resto che Faber fosse amico di Beppe Grillo è fuori di dubbio. Credo che Grillo fu suo testimone alle sue nozze con Dori Ghezzi e forse anche Fabrizio fu testimone di nozze di Grillo. Si sono frequentati e voluti bene fino all’ultimo. In realtà Beppe Grillo, per un lungo periodo della sua vita e della sua attività artistica è stato un anarchico, come Fabrizio. Un contestatore di tutto. Probabilmente con una preparazione culturale più leggera, sicuramente non con l’altezza artistica di De Andrè, ma in ogni caso con uno spirito simile.

Poi però è successo qualcosa. Due cose, un po’ lontane nel tempo. De Andrè, insieme alla sua seconda moglie, Dori Ghezzi, subisce un rapimento. In Barbagia. Era la fine del 1979. Un rapimento che dura quattro mesi. Quattro mesi nascosti nei boschi del Supramonte, all’aperto, al freddo, spesso legati, bendati. Fabrizio supera in modo grandioso questa prova umana. Non si indurisce. Non cambia le sue idee e i suoi valori. Perdona. Rispetta lo spirito delle sue canzoni. Addirittura compatisce i suoi persecutori. Dimostra una coerenza e una grandezza morale difficili da trovare in un un uomo e in un artista.

Grillo fa il percorso inverso. A metà anni ottanta viene cacciato dalla Rai, probabilmente perché aveva criticato troppo Craxi. Grillo vede a rischio la sua carriera, non resiste alla rabbia per quella che ritiene, e forse è, una ingiustizia. Reagisce producendo odio, e rimodellando sull’odio, non più sull’ironia bonaria, tutta la sua costruzione artistica. Odio vuol dire punizione e contrappasso. E per ottenere punizione e contrappasso ci si affida ai giudici, alla legge, alla repressione, al rigore. Credo che sul piano umano i due restino amici. Tanto che Grillo viene incaricato dalla famiglia di occuparsi dei funerali di Faber. Ma sul piano intellettuale la distanza diventa siderale.

Perciò a me sembra poco rispettoso l’abbraccio a De André senza idealità. De André, certo, è anche quello di “Marinella” o di “Valzer per un’amore”, o di “Volta la carta”. Però De Andrè è soprattutto un intellettuale, “imprevisto” da Croce, che ha messo la poesia al servizio del sovversivismo. Della contestazione delle istituzioni e della legge. Negargli questo aspetto, esaltandolo a prescindere, è un torto grave che gli si rende. Per me De Andrè resta soprattutto quello degli ultimi versi della “Storia di un impiegato”: «… Vagli a spiegare che è primavera: e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera». E ancora: «venite adesso alla prigione, state a sentire sulla porta, la nostra ultima canzone, che vi ripete un’altra volta: anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti»

 

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