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«Why Not era arrivata al cuore dello Stato. Poi mi hanno fermato»

Parla l'ex magistrato e oggi sindaco di Napoli, Luigi De Magistris
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Togliere a Luigi De Magistris le inchieste “Poseidone” e “Why Not” fu un grave abuso, ma i responsabili non potranno più essere puniti, perché il reato è ormai prescritto. Si chiude così, con la sentenza della Corte d’Appello di Salerno, il processo “Scontro tra procure”, che ha parzialmente riformato, accogliendo l’atto d’appello di De Magistris, la sentenza di primo grado, con la quale erano stati assolti tutti gli imputati per l’illecita revoca del procedimento “Poseidone” e l’illecita avocazione del procedimento “Why Not” all’allora pm De Magistris. Un abuso d’ufficio del quale sono stati ritenuti responsabili gli allora procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone, il senatore Giancarlo Pittelli, il sottosegretario alle attività produttive Giuseppe Galati ed Antonio Saladino, responsabile per il sud della Compagnia delle Opere, nonché il procuratore della Repubblica Mariano Lombardi, morto nel corso del procedimento.

«Con questa sentenza – ha commentato De Magistris – si è acclarato per via giudiziaria quello che per giustizia e verità tutte le persone per bene avevano già capito. Sono stato fermato dai miei capi, in collusione con altri, che invece di tutelarmi mi hanno tradito.

Quelle inchieste erano arrivate al cuore dello Stato ed avevamo scoperto un livello di collusioni impressionante, tale da destabilizzare istituzioni divenute deviate del nostro Paese». Inchieste, spiega, che erano andate così a fondo da portare alla luce i rapporti tra criminalità organizzata, politica, istituzioni, affari e massoneria deviata, dando dunque fastidio a chi è intervenuto per fermarlo.

«Avevamo individuato corruzioni devastanti – ha aggiunto – miliardi di euro di sperpero del denaro pubblico, infiltrazioni a livelli apicali della magistratura e delle forze dell’ordine. Quello scippo illecito delle indagini fu il pretesto perché il Consiglio superiore della magistratura, con una decisione indegna ed ingiusta, mi strappasse la toga di pubblico ministero trasferendomi per incompatibilità ambientale.

Lasciarono operare indisturbati corrotti e mafiosi trasferendo chi stava rischiando la vita per conto dello Stato. Chi ha violentato la mia vita da magistrato e chi ha impedito l’accertamento della giustizia e della verità ha le mani sporche di sangue istituzionale. Nulla potrà mai riparare il danno alla giustizia e quello subito da un magistrato onesto e dai suoi stretti collaboratori. Hanno distrutto un magistrato e il suo lavoro». Una guerra di logoramento, quella subita da De Magistris come pm a Catanzaro, bombardato da interrogazioni parlamentari da parte della politica e fiaccato dai colleghi, che hanno sottratto al sindaco di Napoli le sue inchieste per farle finire su un binario morto.

 

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