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Omicidio Desirée: tre fermati nella notte, dopo lo scontro Salvini-Raggi

Gli inquirenti hanno raccolto le testimonianze di decine di persone, decisiva però è risultata quella di uno degli occupanti del palazzo di San Lorenzo
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IL MINISTRO A S. LORENZO DOVE È STATA UCCISA DESIRÉE. SCONTRO CON RAGGI

Svolta nella notte sul caso di Desirée Mariottini, la sedicenne stuprata e uccisa in un palazzo abbandonato a San Lorenzo, storico quartiere della sinistra romana. La Procura ha fermato tre persone ed è sulle tracce di un quarto uomo, grazie anche alle indicazioni di alcuni testimoni presenti al momento della tragedia.

I fermati con il sospetto di aver seviziato per 12 ore e poi ucciso, probabilmente per soffocamento, la ragazza di Cisterna di Latina sono tutti africani: i senegalesi irregolari Mamadou Gara, di 27 anni, e Brian Minteh, di 43, interrogati ieri; Chima Alinno, 46 anni, nigeriano, è stato fermato questa mattina, e il quarto avrebbe le ore contate. I tre hanno precedenti per spaccio di droga.

Decisive per procedere ai fermi sono state le testimonianze di due delle decine di extracomunitari ascoltati dagli inquirenti.  «Quella notte ero lì. Ho visto Desiree stare male. Era per terra e aveva intorno 7/8 persone. Le davano dell’acqua per farla riprendere», è stato il racconto di uno dei frequentatori del palazzo occupato di via dei Lucani, che ha confermato di aver visto Desirée da sola.

Nella mattinata di ieri, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, si è recato sul luogo della tragedia, creando attimi di tensione e contestazioni da parte di gruppi di residenti.

SALVINI A SAN LORENZO

La polizia prova a fargli largo tra folla che preme mentre un gruppo di manifestanti gli urla «sciacallo». Matteo Salvini questa volta sceglie San Lorenzo, storico quartiere della sinistra romana – almeno dai tempi dei bobardamenti alleati, passando per l’autonomia operaia e le occupazioni – teatro pochi giorni fa del macabro ritrovamento di Desirée Mariottini, la sedicenne stuprata e uccisa in un palazzo abbandonato. Ed è questo il motivo della visita: il ministro dell’Interno è a San Lorenzo per ristabilire l’ordine, ripete, incassando non solo insulti dal piccolo presidio organizzato dai movimenti del quartiere, ma anche l’incoraggiamento di qualche residente affacciato ai balconi che lo invita a non fermarsi. Qualcuno però si chiede quale sia il vero motivo di questa improvvisata, visto che a garantire ordine e sicurezza ci avrebbe dovuto pensare proprio al Viminale. «Provo tristezza per i ragazzotti dei centri sociali che preferiscono gli spacciatori alla polizia», dice il segretario del Carroccio, rivolto ai manifestanti. «Loro, e chi la pensa come loro, avranno la nostra attenzione», aggiunge, con tono minaccioso. «Avevo una rosa rossa che avrei voluto portare se questi imbecilli fossero stati altrove», spiega il ministro che tornerà nel pomeriggio per portare a termine la “missione. Chi non vuole Salvini a San Lorenzo sostiene di non tollerare le «stru- mentalizzazioni politiche sul corpo di una povera ragazza». Il vice premier non se ne preoccupa. Anzi, come in campagna elettorale, parla di «ruspe» e «pulizia» e prende impegni con gli abitanti del quartiere. «Tornerò, magari di sera e in incognito», assicura, perché «c’è una situazione di illegalità, di occupazione, di violenza a Roma inaccettabile». Il capo della Lega parla di «quasi 100 immobili occupati» e annuncia «un piano di sgombero, a partire da 4 immobili pericolanti. Ci sono 23 su cui c’è un’iniziativa giudiziaria in corso. È ora di riportare regole, ordine, legge, disciplina. Gli occupanti abusivi a Roma e, non solo, si preparino a fare le valigie». Dagli accertamenti effettuati sul palazzo in cui è stato ritrovato il corpo della giovane risulta che lo stabile «di proprietà di una Srl di cui era, o è, amministratore unico Valerio Veltroni, fratello dell’ex sindaco», prosegue il capo del Viminale, aggiungendo una «nota di colore che non cambia nulla». Prima di lasciare San Lorenzo, Salvini pronuncia parole di fuoco: «Agli spacciatori faremo del male», dice. «Faremo rispettare le regole. A Roma ci sono altre situazioni incredibili. Vedrò di fare in un anno quello che non hanno fatto in 20».

Ed è proprio quest’ultima parte del ragionamento del vice premier che manda su tutte le furie Virginia Raggi, sindaca della Ca- pitale, ed esponente di punta del Movimento 5 Stelle. Il “fuoco amico” spiazza la prima cittadina che risponde all’artiglieria: «La Lega nord probabilmente non conosce Roma», dice Raggi, utilizzando il vechcio nome del partito di Salvini, quello con la perimetrazione geografica, precedente alla svolta sovranista del Carroccio. Un modo per prendere le distanze da chi viene da troppo lontano per poter condurre una battaglia sulla Capitale. «Non c’è solo San Lorenzo come quartiere difficile. Abbiamo quartieri più periferici come San Basilio, Tor Bella Monaca e Corviale, o anche meno periferici come Centocelle in cui è necessario che l’azione dello Stato sia più incisiva», prosegue Raggi, marcando il territorio. «Servono più forze dell’ordine, accompagnerò io stessa il ministro a conoscere Roma in modo che si possa passare finalmente dalle parole ai fatti». L’esponente M5S non trova una soluzione migliore al degrado che non sia togliere di mezzo l’alcool dopo le 21, ma dal tono non sembra che a discutere della sicurezza della città siano due alleati di governo. Anzi, sembra una vera e propria contesa con qualcosa di grosso in ballo. Magari grosso quanto un colle, il più importante per la politica cittadina: il Campidoglio. Perché a giorni potrebbe arrivare un verdetto determinante per il futuro amministrativo della Capitale: la sentenza di primo grado del processo a carico della sindaca, imputata per falso dalla procura di Roma, in relazione alla nomina di Renato Marra alla guida della Direzione Turismo del Campidoglio. Se condannata, Raggi sarebbe costretta alle dimissioni, in base alle regole che i grillini hanno deciso di darsi. A quel punto la Lega, forte dell’enorme consenso popolare di cui gode, potrebbe tentare il colpaccio: far sventolare la bandiera con Alberto da Giussano accanto alla statua di Marco Aurelio.

 

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