«Mi sembra che la Tunisia è un paese libero e democratico dove non ci sono guerre, epidemie e pestilenze, che non sta esportando dei gentiluomini ma spesso e volentieri dei galeotti». Nemmeno una settimana da ministro dell’interno che per Matteo Salvini arriva il primo incidente diplomatico. Succede domenica all’hotspot di Pozzallo, in Sicilia, affrontando il suo argomento preferito: l’immigrazione. Un business costoso, troppo, ha ribadito, in ogni suo singolo ingranaggio: dagli sbarchi alle pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato, che durano tantissimo, diventando un ulteriore canale economico, secondo Salvini. In Sicilia, dalla Tunisia, arriverebbero «non rifugiati di guerra ma spesso delinquenti ed ex carcerati - ha ribadito in un Tweet -. Ridurre gli sbarchi e aumentare i rimpatri, con centri di espulsione in ogni regione, accordi più forti con i Paesi d’origine e ricontrattazione in Europa del ruolo dell’Italia. È ora di farci sentire». Parole che hanno fatto saltare sulla sedia il ministro degli Esteri tunisino Khemaies Jhinaoui, che ha convocato l’ambasciatore italiano Lorenzo Fanara per manifestare «profondo stupore». Le parole di Salvini, secondo Jhinaoui, «non riflettono il livello di cooperazione tra i due paesi nella lotta all’immigrazione clandestina» e «denotano una mancanza di conoscenza dei vari meccanismi di coordinamento stabiliti tra i servizi tunisini e italiani responsabili della lotta contro la migrazione irregolare». Salvini ha provato a correggere il tiro, inviando con l’ambasciatore un messaggio di pace. Le sue dichiarazioni, fa sapere, «sono state riportate fuori dal contesto», confermando poi di essere pronto «a sostenere la cooperazione» con Tunisi. Il rapporto di «fraternità e collaborazione», che tiene in ballo il destino di 40mila migranti circa, sembra essere dunque recuperato alla meno peggio.

Rimane il fronte con l’Europa, sul quale il ministro dell’Interno si presenta agguerrito. Non ci sarà oggi al vertice dei ministri dell’Interno europei sull’immigrazione a Lussemburgo, in quanto impegnato con il voto di fiducia al Senato. Ma «invieremo una nostra delegazione per dire no - spiega -. Il documento in discussione invece di aiutare penalizzerebbe ulteriormente l’Italia e i paesi del Mediterraneo facendo gli interessi dei paesi del Nord Europa. Occorre un intervento economico e giuridico, perché l’Italia non può essere trasformata in un campo profughi». La discussione riguarda il trattato di Dublino e le modifiche chieste da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, che insistono per una responsabilità di otto anni per i Paesi di primo ingresso, contro i massimo due chiesti da Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta. Proposta sulla quale Salvini non è disposto a scendere a compromessi.

Un atteggiamento, il suo, che sembra l’unica risposta alle urla di protesta che arrivano dalla Calabria. «Un ministro ha dichiarato in questi giorni che è finita la pacchia. Noi non siamo mai stati in quella condizione di bella vita come lo è stato il suo partito politico. La pacchia è finita per lui, non per noi. Perché per noi non esiste», grida con megafono in mano Aboubakar Soumahoro, dirigente del sindacato autonomo Usb. Anche lui vive con i migranti ghettizzati nelle baracche della tendopoli di San Ferdinando, che ieri hanno disertato il lavoro nei campi per protestare contro l’omicidio di Soumaila Sacko, il 29enne maliano ucciso a fucilate a San Calogero, nel vibonese. Sacko si trovava nell’ex fornace assieme ad altre due persone, Madiheri Drame, 30 anni, e Madoufoune Fofana, 27 anni, a raccattare lamiere che dovevano servire come riparo di fortuna nell’inferno della tendopoli, ma che sono costate la vita al giovane sindacalista, che si spendeva per assicurare ai suoi compagni di sventura condizioni di lavoro migliori. La pista più accreditata, al momento, porta alla criminalità organizzata: i tre migranti avrebbero “sconfinato” in una zona che forse i clan ritengono roba loro, come tutto il resto. Sacko è diventato ieri il simbolo della rabbia che dal 2010 era rimasta come brace sotto la cenere e che ha lasciato in eredità soltanto un altro ghetto, una tendopoli che giorno dopo giorno fa nascere nel suo ventre nuove baracche e nuova emarginazione. E nel periodo della raccolta degli agrumi, spiega al Dubbio Aurelio Monte, sindacalista Usb, quell’inferno può contenere fino a 3mila anime, alle quali non è concesso nemmeno un angolo di purgatorio. «Lavorano nei campi senza contratto, per 20- 25 euro al giorno, dalle 7 alle 19 - spiega -. Non hanno da bere, da mangiare e nelle baracche vivono senza servizi igienici. Più che una tendopoli è una discarica». Monte, assieme ad una delegazione del sindacato, ha incontrato il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi. «Non sono d’accordo con la filosofia e il programma politico di Salvini e del centrodestra, lo considero ripugnante e senza misericordia. Ma chiedo che il fenomeno sia governato - ha affermato -. Servono risposte europee». E risposte vogliono anche i migranti, che urlano solo per farsi sentire. «La loro politica ha saccheggiato le tasche dell’Italia - ha aggiunto Soumahoro -. Non era la nostra politica la legge Bossi- Fini, la legge schiavista che crea illegalità e deriva razzista. Non l’abbiamo portata noi dall’Africa, l’hanno approvata loro in Parlamento». Una protesta anche contro il contratto tra Lega e M5s «che ha una deriva di discriminazione e non escludiamo quella razziale». Ma il pensiero va principalmente a Salvini: «Ha detto che i figli dei migranti sono i suoi figli. È una dichiarazione ipocrita, una manipolazione».