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«Così Roma mi nascose e mi salvò dalla furia nazista… »

Parla Attilio Lattes, salvato dal rastrellamento del Ghetto
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Salvato dal rastrellamento del Ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943, grazie ad un poster di Hitler inneggiante la razza ariana. È questa la storia raccontata da Attilio Lattes, che quel giorno di 75 anni fa aveva solo due anni, ma che conserva quel ricordo portandolo nelle scuole, per raccontare la barbarie della Shoah. «Dietro quel poster c’era un tunnel che sbucava a piazzale Clodio – racconta al Dubbio -. Ci salvammo in 35 grazie a quel passaggio».

Come fece la sua famiglia a sfuggire al rastrellamento?

Grazie ad una telefonata di mio zio, alle 5.30 del mattino del 16 ottobre. Abitavamo a viale Angelico, angolo viale Mazzini, dalla sorella di mia madre. Non avevamo un’abitazione fissa durante quel periodo e abbiamo cambiato spesso appartamento. Non avevamo grandi disponibilità e, dunque, ad un certo punto siamo andati ad abitare lì. Mio padre era uscito dal carcere di Regina Coeli quattro giorni prima. Era maresciallo dell’aeronautica, ma tornato dalla guerra di Spagna fu contattato per comunicargli che non poteva più far parte del regio esercito italiano. Lui precisò di essere solo di religione ebraica, non di razza, ma per loro era la stessa cosa, per cui lo hanno sbattuto fuori. A quel punto, avendo già programmato di sposare mia madre ed essendo nato un figlio, aprì assieme al fratello e a due futuri cognati un ufficio in cui vendeva bigiotteria e faceva borsa nera, perché doveva dare da mangiare a moglie e figlio. Così lo arrestarono. Rimase in carcere una settimana e il 12 ottobre venne rilasciato. Così la mattina del 16 eravamo tutti e tre insieme. Mio zio ci avvertì che i tedeschi sarebbero arrivati a fare razzia e la fecero in tutta Roma, non solamente nel Ghetto. Iniziammo a prepararci, mia zia, con quattro figli e il marito, riuscì a scendere molto prima di noi. Il portiere li fece uscire e così andarono verso via Brofferio e poi verso piazza Clodio. Io ero piccolo e avrò fatto perdere del tempo, così scendemmo troppo tardi: il portiere ci disse che i tedeschi erano già a via delle Milizie, a 100 metri da lì.

Come siete riusciti ad evitare i tedeschi?

Il portiere ci disse di scendere due rampe di scale e poi, in un una specie di sottoscala, trovammo un bugigattolo. Ci disse che lì dentro qualcuno ci avrebbe dato una ma- no e così in effetti fu. Dentro c’era un uomo che disse a mio padre di mettermi una mano sulla bocca e di stare seduti per terra, nel massimo silenzio. I tedeschi arrivarono dopo poco: due si posizionarono sul portone, altri due, insieme a una camicia nera, salirono al quarto piano, dove noi vivevamo in quel momento. Chiesero ai vicini della famiglia di mia zia, perché non sapevano che c’eravamo anche noi, e i vicini fortunatamente dissero che era molto tempo che non vedevano nessuno. I tedeschi sfondarono dunque la porta dell’appartamento, razziando un sacco di roba, e nel frattempo il portiere scese da noi, bussando alla porta.

Era il segnale che dovevate lasciare il rifugio?

Sì: quel signore disse a mio padre di prendermi in braccio e di seguirlo. Lui non capiva come uscire, così ci indicò un grande poster della razza attaccato al muro, che raffigurava Hitler in grande, Mussolini leggermente arretrato e davanti un serpente con il viso di un ebreo e mentre Hitler lo calpestava. Dietro questo poster c’era un grosso buco, che portava alle fogne. Probabilmente in quel palazzo avranno soggiornato anche partigiani e quella era una via di fuga importante che nessuno conosceva.

Come siete usciti?

Un po’ carponi e un po’ strisciando, arrivammo in circa 40 minuti a piazza Clodio. Lì questo signore si fermò, dando un colpo per far saltare il coperchio di un tombino. A quel punto uscimmo fuori e ci rifugiammo dentro Monte Mario, in mezzo alle frasche e agli alberi. E rimanemmo tutto il giorno di sabato e tutta la notte lì, mangiando ghiande. Fu una notte molto pesante. Domenica mattina mio padre, con molta circospezione, si affacciò fuori e vedendo che le cose erano ormai tranquille ci fece uscire. Andammo così a casa di una famiglia di cui non ricordo il nome, amici di mio padre, e lì rimanemmo per tre o quattro giorni prima di cambiare ancora una volta appartamento.

Cambiavate spesso nascondiglio?

Sì, per non mettere in difficoltà chi ci ospitava. L’ultimo rifugio si trovava in un convento di monache in via Merulana. La cosa importante è che noi siamo stati salvati da gente di religione cattolica, mi piace ricordarlo sempre anche ai ragazzi ai quali parlo nelle scuole. Senza l’aiuto di questa gente non ce l’avremmo fatta. Mentre all’estero le popolazioni erano un po’ conniventi coi tedeschi, in Italia una grossa fetta non lo era, aveva magari la tessera del partito fascista perché serviva per lavorare, ma non per interessi politici.

Del periodo successivo cosa ricorda?

I rifugi, in maniera incredibile, importante. Per me è come se fosse tutto reale, è un ricordo vivo, nonostante fossi piccolo. Più che ricordi, ho delle sensazioni: ad esempio amo dormire con la luce accesa, perché evidentemente quei 40 minuti dentro le fogne sono stati abbastanza traumatici. E a parte quello, anche un moscerino sulla mano io lo avverto immediatamente, mi dà subito fastidio e credo sia colpa di quella notte. Ricordo poi un episodio comico: subito dopo la liberazione, papà riuscì ad avere una stanza in subaffitto presso un ex gerarca fascista. Aveva cambiato molti nomi, lo chiamavano commendator Masera. Io ero una peste, molto vivace e siccome sentivo sempre mia madre dire che mancava la verdura un giorno andai sotto il balcone della moglie di questo ex gerarca con una forbice e tagliai tutti i fiori. Li misi dentro una carriola e li portai da mamma, dicendole: guarda, per una settimana abbiamo quanta verdura vogliamo. Mia madre scoppiò a ridere. Ho portato anche i ragazzi delle scuole sotto quel balcone e ho raccontato questa storia.

Cosa dice loro?

Che è importantissimo e doveroso ricordare. Tutto sommato la storia ha insegnato poco, perché gli interessi commerciali continuano ad essere enormi e i genocidi continuano ad esserci dappertutto. Purtroppo sarà difficile tra quattro generazioni portare queste testimonianze, perché una volta che saranno morti i vari Terracina o Modiano rimarremo noi, che all’epoca avevamo due anni. E poi cosa accadrà? Non lo so. Per questo cerco di mantenere più che posso la memoria.

 

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