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Del Gaudio: «La nostra lotta alla criminalità organizzata è un modello da esportare»

Marco Del Gaudio, il vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, illustra il progetto El Paccto, che offre assistenza tecnica nel campo del contrasto al crimine in 18 Paesi dell’America Latina
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Per fronteggiare un crimine organizzato sempre più transnazionale, la risposta è unire le forze e le esperienze in un patto operativo. Ed è con questo spirito che nasce El Paccto, il programma europeo a guida di Francia, Spagna, Italia e Portogallo che offre assistenza tecnica nel campo del contrasto al crimine in 18 Paesi dell’America Latina. El Paccto perciò si presenta come un patto d’azione in cui polizia, magistratura e polizia penitenziaria lavorano effettivamente insieme, dando un appoggio alla strategia di sicurezza già avviata in Sud America. Il programma è stato già avviato da qualche tempo e l’Italia gioca un ruolo importante, visto che proprio al nostro Paese è stato affidato il compito di dirigere le attività nel settore penitenziario. A seguire le fasi di lancio, come rappresentante del nostro Paese, è il vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Marco Del Gaudio.

Lei, in rappresentanza dell’Italia, ha il compito di dirigere le attività nel settore penitenziario. Perché è stato scelto proprio il nostro Paese per dare questa assistenza tecnica?

Innanzitutto per ottenere questo riconoscimento c’è stato un grande lavoro dietro, iniziando dalla sinergia tra il ministero degli Esteri – il nostro punto di accordo per le relazioni internazionali – e il ministero della Giustizia attraverso l’Ucai ( Ufficio centrale affari internazionali ndr.) e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, i quali hanno sviluppato una linea programmatica di intervento molto accurata. Il progetto El Paccto si regge su tre pilastri: la cooperazione di polizia internazionale, giudiziaria e penitenziaria. L’Italia ha ottenuto la leadership del terzo pilastro perché il nostro Paese è stato in grado di fronteggiare la criminalità organizzata anche attraverso il nostro sistema penitenziario.

In Sudamerica è la criminalità organizzata a comandare all’interno delle prigioni, l’Italia che indicazioni ha dato per arginare questo fenomeno?

Ci tengo a precisare che non bisogna generalizzare. Il program- ma coinvolge ben 18 Paesi sudamericani e quindi esistono diverse realtà differenziate tra loro. Le scelte penitenziarie non sono tutte quante in linea dal punto di vista organizzativo. Ci sono paesi che come noi hanno una polizia specifica che si occupano della gestione delle carceri, altri che invece affidano la gestione alla polizia territoriale. Quindi in alcuni paesi può verificarsi un sistema autonomo, dove le organizzazioni criminali possono prendere il sopravvento. Molti paesi si stanno confrontando con un problema molto serio, ovvero la proliferazione di un gruppo che io definirei di stampo mafioso, nel senso che ha delle caratteristiche molto simili alla criminalità organizzata nostrana. Parlo de il Primeiro Comando da Capital, il quale riesce a prendere il controllo di varie carceri e se dovessi fare un paragone, lo equiparerei alla Nuova camorra organizzata ai tempi di Raffaele Cutolo. Questa organizzazione sudamericana riesce a controllare le dinamiche interne al carcere, ma anche a coordinare le attività criminali esterne.

Abbiamo qualcosa da insegnare per arginare questo problema?

Sì, i paesi sudamericani sentono particolarmente la necessità di comprendere il nostro approccio, ovvero il sistema di giustizia penale nel suo complesso che comprende l’attività investigativa, la collaborazione con la giustizia fino, appunto, ai regimi penitenziari differenziati che vanno dal 41 bis ai regimi di alta sicurezza, con tanto di agenti specializzati come i Gom.

Quindi esportiamo il nostro modello?

I singoli Stati hanno formulato delle richieste specifiche di sostegno sia per quanto riguarda l’edilizia carceraria che per quanto riguarda gli aspetti particolari della gestione penitenziaria. Quindi abbiamo risposto con una progettazione. Per farle un esempio, in Paraguay, noi del Dap abbiamo inviato il provveditore Antonio Fullone per l’individuazione delle dinamiche di gestione carceraria nei singoli istituti e – congiuntamente con la dottoressa Elisabetta Pugliese della direzione antimafia – per le politiche penitenziarie di contrasto al crimine. Questo tipo di progetto, quindi, ci consente di presentare ai vari Paesi la nostra realtà penitenziaria – in perfetta correlazione con il sistema investigativo – come modello di contrasto alla criminalità organizzata.

A proposito dell’edilizia, gli uffici del Dap hanno già realizzato una prima collaborazione tecnica inviando un architetto italiano per la realizzazione di un nuovo carcere in Argentina. Qual è la tipologia carceraria che si vuole realizzare?

L’istituto penitenziario progettato è un modello simile a quello italiano di Nola. Quindi con le stesse caratteristiche di modernità e funzionalità relative alle attività trattamentali. Noi, come sistema penitenziario, puntiamo molto alla riabilitazione e tendiamo alla carcerazione solamente quando è strettamente necessaria. In Argentina ho avuto un colloquio bilaterale con il sottosegretario alla giustizia e ha dimostrato molta attenzione al nostro sistema trattamentale, con una visuale complessiva che tenda a limitare la carcerazione alle sole ipotesi realmente necessarie.

 

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