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Pietro Acciarito, l’anarchico che non uccise re Umberto e finì in un manicomio criminale

Pubblichiamo la prefazione del libro di Piero Proietti, dedicato alla storia del mancato regicidio
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«Gli anarchici li han sempre bastonati e il libertario è sempre controllato dal clero dallo Stato…». Così canta Francesco Guccini in una sua celebre ballata che rende al meglio la condizione e il destino degli anarchici. Si tratta dello stesso cantautore che in un’altra sua canzone, forse la sua più famosa e ascoltata, quella con cui per anni ha sempre concluso i concerti, La locomotiva, celebra una volta per tutte le gesta degli anarchici italiani a cavallo tra Ottocento e Novecento. La storia, oltretutto, era vera: nel 1893, infatti, l’anarchico Piero Rigosi, un macchinista delle ferrovie italiane, approfittando dell’assenza del macchinista titolare durante una sosta, si mise alla guida di una locomotiva sganciandola da un treno merci nei pressi di una stazione del ferrarese dove lui prestava servizio. Rigosi puntò a dirigersi ad alta velocità verso la stazione di Bologna con l’obiettivo di distruggere un treno di lusso che percorreva quotidianamente quella linea. Ma la sua folle corsa fu, fortunatamente, deviata su un binario morto dove si schiantò contro sei carri merci in sosta. Nonostante il tremendo impatto l’uomo sopravvisse anche se sfigurato in viso da tutta una serie di cicatrici e fisicamente limitato dall’inevitabile amputazione di una gamba. Non si seppero mai i reali morivi che spinsero l’uomo a quel folle ge- sto ma le sue idee anarchiche e una dichiarazione resa dopo il suo ricovero in ospedale – «Che importa morire? Meglio morire che essere legato!» – convinsero una parte dell’opinione pubblica che si fosse trattato di un gesto di protesta e di rivolta contro le dure condizioni di vita e di lavoro di quegli anni e contro la diffusa ingiustizia sociale che si manifestava in ogni situazione. Certo, i giornali parlarono solo di un puro e insensato atto violento dettato dalla follia… Qualcosa di analogo avvenne anche all’inizio della vicenda di un altro anarchico, il fabbro originario di Artena – paese della provincia di Roma tra i Monti Lepini e i Colli Albani – Pietro Acciarito, il fallito attentatore del Re Umberto I nel 1897, il quale – così come Pietro Rigosi – un giorno arrivò a tentare il “folle” gesto anarchico. Il 22 aprile di quell’anno, infatti, incrociò la carrozza su cui viaggiava il sovrano d’Italia, saltò sul predellino e tentò di sferrare un colpo con un pugnale di fabbricazione artigianale forgiato da lui stesso. Il Re, quando vide la mano alzata di Acciarito, si alzò e deviò il colpo che andò a conficcarsi sulla spalliera del sedile. Oltretutto, l’anarchico perse l’equilibrio, cadde a terra e finì pure sotto le ruote della carrozza. E quando si rialzò le guardie a cavallo lo fermarono facendogli iniziare una lunghissima e assurda odissea giudiziaria e carceraria che farà terminare la sua vita il 4 dicembre 1943 nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Acciarito, responsabile di un gesto che non aveva prodotto né il regicidio né un delitto vero e proprio, finì al centro di una macchinazione, di un’operazione di uso politico della giustizia, di interessi carrieristici di magistrati e uomini di potere, che passò addirittura gli ultimi trentanove anni della sua vita in un manicomio criminale, lì recluso per fare in modo che le sue eventuali dichiarazioni potessero nuocere al teorema costruito sul suo caso e che era funzionale a una serie di equilibri di potere.

Il saggio arrivato in libreria e firmato da Piero Proietti ( L’anarchico che non uccise il Re. Il caso di Pietro Acciarito,

Mursia, pp. 160, euro 15,00) ricostruisce tutta questa vicenda nel migliore dei modi, rendendo evidenti la drammaticità e l’assurdità del destino del libertario artenese. Dei tre anarchici che attentarono alla vita di Umberto I°, Gaetano Bresci resterà nell’immaginario come il regicida, Giovanni Passanante avrà l’onore di una Ode dedicatagli dal giovane Giovanni Pascoli mentre Pietro Acciarito finirà, ironia della sorte, dai più dimenticato. «Una vita bruciata per niente, quella di Acciarito, sacrificata – si legge – a un ideale sociale e di giustizia molto di là da venire, strumentalizzata in ossequio alla ragion di Stato. Dei suoi 72 anni di vita, soltanto 26 Acciarito li ha vissuti da uomo libero, e i restanti 46 li ha passati da recluso nei più rigidi penitenziari, subendo torture e sevizie di ogni genere […] Nella sua esperienza di vita ha conosciuto solo miserie, sofferenze, tribolazioni, poi ancora reclusione, torture, impossibilità di poter disporre a piacimento della propria libertà». Aveva tentato il regicidio Acciarito, in uno Stato monarchico? Senz’altro. Ma il suo gesto non aveva causato nulla. E se confrontiamo il suo destino a quello di tanti terroristi, responsabili decenni dopo di atti molto più efferati e omicidi ma poi usciti dal carcere e messi nella possibilità di ricominciare un’esistenza normale, si resta davvero allibiti e in presenza di un vero e proprio caso giudiziario. Ironia della sorte, anche quando il 30 luglio 1943, cioè all’indomani della formazione del governo Badoglio seguito alla caduta del fascismo, il Consiglio dei ministri stabilì la liberazione dei condannati politici, Acciarito come tutti gli anarchici vennero esclusi dal provvedimento. Eppure, soprattutto tra il 1905 e il 1908, l’opinione pubblica liberale e garantista aveva promosso sui giornali una campagna per la liberazione di Pietro Acciarito. Gli anarchici, poi, avevano avviato un’azione di manifestazioni, riunioni, cortei, volantinaggi. Però niente di questo andò a buon fine, anzi – come ci racconta Proietti – le iniziative della campagna finirono per lo più soffocate nella repressione. Nulla si riuscì a fare per la liberazione di Pietro Acciarito. Insomma, «gli anarchici li han sempre bastonati”, per dirla ancora con Guccini. Eppure, all’anarchico artenese era stata anche promessa la grazia se lui avesse accettato di coinvolgere altri nel suo tentato delitto, aderendo così al teorema giudiziario che venne immediatamente applicato alla sua vicenda con l’obiettivo di innescare un’azione di criminalizzazione di tutto l’ambiente anarco- socialista. Tanto che dopo il suo arresto venne incarcerati tutti i suoi conoscenti del giro libertario e – episodio alquanto inquietante – un falegname anarchico di ventinove anni, Romeo Frezzi, ne uscì cadavere dal carcere dopo l’interrogatorio. Qualcuno pensava che l’artigiano conoscesse Acciarito, e forse per costringerlo ad ammetterlo ( anche se i due non si conoscevano come poi si saprà) venne probabilmente torturato e sul suo corpo, dopo la morte, furono riscontrate ventisette fratture al cranio, tutte le costole rotte e la spina dorsale spezzata e staccata. Come ci racconta Proietti, la stampa più libera gridò allo scandalo e parlò di assassinio, di Stato si dirà col lessico di qualche decennio successivo. E anche questo episodio, verificatosi pria che si aprisse il processo ad Acciarito, la dice lunga sul clima dell’epoca e sulla repressione degli anarchici. Qualcosa sembra addirittura anticipare il tragico destino, nel 1969, del ferroviere Giuseppe Pinelli, anche lui innocente, e morto nel corso di indagini che si indirizzavano verso l’ambiente anarchico, così come tutto il “caso Acciarito”, un po’ ricorda quello di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani che, negli Stati Uniti finirono sulla sedia elettrica il 24 agosto 1927 dopo un calvario giudiziario e carcerario durato sette anni, tre mesi e ventidue giorni. I due emigrati dall’Italia erano stati accusati di aver preso parte a una rapina uccidendo un cassiere e una guardia nonostante le prove evidenti della loro innocenza. Assassini per un’America tutta presa da un clima da “caccia alle streghe”, Nicola e Bart, come erano conosciuti negli Usa, vennero celebrati da cantautori e cineasti. Nel 1946 Woody Guthrie, il più famoso folk singer statunitense, pubblicò Ballads of Sacco e Vanzetti, un motivo in cui celebrava il ricordo dei due italo- americani, simbolo dell’ingiustizia di Stato. E nel 1971 fu la volta del film Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, in cui due indimenticabili Gian Maria Volontè e Riccardo Cucciolla interpretando i due anarchici furono protagonisti di una pellicola divenuta in breve un cult movie anche grazie alla colonna sonora di Ennio Morricone interpretata da Joan Baez, autrice del testo. «Voi restate nella nostra memoria con la vostra agonia che diventa vittoria», recitano a un certo punto le parole di Here’s to you che, insieme alla Ballata di Sacco e Vanzetti entrerà nell’immaginario popolare sollevando le coscienze su un caso simbolo dell’ingiustizia in nome della ragion di Stato.

Sul filo di tutt’altra vicenda, invece, il lavoro di Piero Proietti, che ha dalla sua il fatto anche di essere artenese così come chi scrive, può finalmente contribuire a far circolare nel dibattito pubblico e a rendere giustizia anche al caso di Pietro Acciarito, l’anarchico perseguitato e troppo presto dimenticato dalle stesse ricostruzione storiografiche e politiche. Pochissime le eccezioni. Tra queste, quella di Lucilio Santoni, uno studioso che nel suo libro Cristiani e anarchici.

Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile ( infinito edizioni), a un certo punto scrive: «Nel 1897 anche Pietro Acciarito attentò alla vita di Umberto I e fallì. Anche lui fu torturato». Più avanti, Santoni annota dei casi in cui qualche anarchico, come Acciarito, abbia «deciso di compiere il gesto violento, unico e irripetibile, dettato dall’esasperazione». E quindi conclude: «Quei pochissimi casi sono stati poi utilizzati ad arte da chi ci ha raccontato la storia per incollare ai loro nomi la fama di pazzi criminali. Basti pensare alle pagine colme di delirante razzismo di Cesare Lombroso, colui che, dopo l’autopsia praticata al suo cranio secondo i parametri da lui stabiliti, doveva essere affetto da cretinismo perpetuo e finanche criminale…». Questo per dire che anche la fama e il destino postumo di Acciarito finirono troppo presto dentro il calderone dell’interpretazione della scuola criminologica lombrosiana – quella per cui, ad esempio, stando al titolo di una pubblicazione dell’epoca, Artena era «un paese di delinquenti nati» – e che soltanto di recente, anche grazie al libro di Proietti, la figura dell’anarchico perseguitato può essere restituita nei suoi veri contorni grazie a un’azione di documentata ricostruzione di storia sociale improntata alla ricerca di verità e giustizia.

 

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