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Alessio Zaccaria: «Pronto a fare il guardasigilli. E agli avvocati dico… »

Per Alessio Zaccaria l’avvocatura costituisce «una parte essenziale della vita giudiziaria. Un suo pieno riconoscimento a livello costituzionale non farebbe altro che fotografare questa circostanza»
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«Che farei se venisse avanzata la mia candidatura per via Arenula? Guardi, fare il ministro della Giustizia sarebbe un grandissimo onore. Un’occasione unica per potere dare forma concreta ad anni di studio e di ricerca, di potere mettere l’esperienza di una vita al servizio del nostro sistema giudiziario. Voglio precisare, però, che ad oggi non sono stato contattato da nessuno». Il professore Alessio Zaccaria, ordinario di diritto privato all’Università di Verona, è componente laico del Consiglio superiore della magistratura e il suo nome in questi giorni viene fatto per un importante ruolo in un eventuale esecutivo a guida Di Maio. Eletto nel 2014 in quota 5Stelle, per lui votarono anche i parlamentari del Pd. Ferrarese, classe 1955, è stato anche avvocato. Civilista a tutto tondo, vanta una vasta esperienza accademica a livello internazionale. In questi anni a Palazzo dei Marescialli si è distinto per rigore e non comune puntiglio. Attualmente è componente delle Commissioni sesta ( ordinamento giudiziario) e nona ( rapporti internazionali), della quale lo scorso anno è stato Presidente. Parla correntemente il tedesco e l’inglese. Fra le attività più importati svolte al Csm, la redazione per gli uffici giudiziari delle “Linee guida in materia di equa distribuzione delle deleghe nelle esecuzioni immobiliari”.

Professore, è lusingato dell’accostamento del suo nome al ministero della Giustizia?

Leggendo i giornali in questi giorni ho visto che molti stanno facendo il mio nome per un ruolo nel prossimo governo. Certamente ciò non può che farmi piacere.

Che rapporto ha con il M5s?

Le racconterò come avvenne la mia elezione al Csm: nel 2014, due miei ex studenti, mi scrissero di avere saputo che il Movimento era alla ricerca di personalità per ricoprire incarichi istituzionali. E se potevano mandare dunque il mio curriculum.

Lei aveva collegamenti con i 5Stelle?

Assolutamente no, e neppure i miei due ex studenti.

E cosa successe?

Ci pensai e, dopo essermi confrontato con mia moglie, decisi di acconsentire. Venni contattato da alcuni esponenti del Movimento. Mi dissero che il mio profilo calzava per il Csm. Venne fatta una scrematura fra i vari curricula e rimanemmo in cinque.

E poi?

Ci fu la votazione online fra gli iscritti e, con mia sorpresa, il mio cv risultò il più votato. Sempre dal Movimento mi fecero sapere che sarei stato proposto ufficialmente per la candidatura e mi chiesero se, in caso di elezione, avrei accettato.

Parlò mai con Beppe Grillo o GianRoberto Casaleggio?

Mai. Gli unici rapporti che ho avuto in questi anni con esponenti del Movimento, per ovvi motivi, sono stati con i componenti delle Commissioni giustizia di Camera e Senato.

Quindi è solo per merito del suo cv se adesso si trova al Csm?

Direi proprio di sì.

Il Csm assomiglia sempre più ad una riserva della Repubblica: dopo Elisabetta Alberti Casellati, consigliere laico di Forza Italia eletto la scorsa settimana alla presidenza del Senato, lei papabile ministro?

L’esperienza al Csm è stata molto impegnativa. Confrontarsi dall’interno con il sistema giudiziario italiano e con i suoi problemi non è stato certamente semplice. Personalmente, ho cercato di portate in questi anni, per quanto sono stato capace, un mio costruttivo contributo.

Ultimamente, però, al Csm si discute molto di nomine e incompatibilità di magistrati e poco di politica giudiziaria.

Bisogna considerare che questi sono mesi importanti per i magistrati. Il Consiglio terminerà a settembre e a luglio ci saranno le elezioni dei componenti togati. E’ inevitabile che le correnti della magistratura associata cerchino di conservare il consenso degli iscritti e se possibile acquisire ancora maggior consenso.

Un’ultima domanda, considerato che ha svolto anche la professione forense. Come valuta la proposta del Cnf di un più esplicito riconoscimento dell’avvocatura in Costituzione.

L’avvocatura costituisce ovviamente, inutile dirlo, una parte essenziale della vita giudiziaria. Un suo pieno riconoscimento a livello costituzionale non farebbe altro che fotografare questa circostanza. Per un passo di questo genere, però, occorre tempo, sempre che si riescano a creare le condizioni per compierlo. Vi sono passi più a portata di mano che l’avvocatura potrebbe già oggi compiere, e intorno ai quali si sta discutendo e lavorando: penso, in particolare, al chiaro, generalizzato riconoscimento di un diritto non solo ad assistere ma a partecipare attivamente ai Consigli giudiziari: alle articolazioni territoriali, cioè, del governo autonomo della magistratura.

 

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