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Bindi ha un’idea: le liste elettorali le fanno i pm

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Un appello al parlamento affinché «rafforzi» la tanto discussa legge Severino prima delle prossime elezioni politiche. A farsene portavoce è stata mercoledì scorso, in Aula, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi.

Anche se la legislatura è agli sgoccioli, il testo di riforma della legge Severino «può essere portato alla discussione delle Camere, per l’esame da parte di tutti i gruppi parlamentari, affinché si giunga ad un indirizzo politico univoco su una materia tanto delicata», ha dichiarato Bindi.

La modifica dovrebbe prevedere «la pubblicità dell’autocertificazione del candidato, con tutte le condanne e i processi in corso». Una sorta di casellario giudiziario alla mercè di chiunque che riguardi «non solo i procedimenti previsti attualmente dalla legge Severino ma qualunque altro processo che riguarda il profilo morale del candidato. Oggi, infatti, anche per condanne in primo grado per stupro, bancarotta o falso in bilancio, ma con meno di due anni di pena, una persona non è tecnicamente incandidabile».

Togliendo la soglia dei due anni di pena ed includendo non solo i reati contro la pubblica amministrazione ma anche quelli riguardanti l’aspetto “morale”, la platea dei soggetti incandidabili si allargherebbe a dismisura. È sufficiente pensare al reato di diffamazione che, già ora spesso usato usato come una clava, verrebbe utilizzato ancora di più per estromettere dalla competizione elettorale avversari scomodi.

«Come commissione Antimafia, noi potremmo avanzare anche le nostre proposte» per il rafforzamento della normativa vigente, ha aggiunto Bindi. Oltre alla citata «pubblicità», le altre novità che dovrebbero essere introdotte sono: l’obbligo dell’acquisizione tempestiva dei certificati penali e dei carichi pendenti, almeno nella provincia in cui si candida la persona; l’obbligo a carico del candidato di autocertificare tutte le condanne; la sospensione e la decadenza dalla carica nel caso in cui il candidato abbia mentito sull’autocertificazione; la riforma del casellario giudiziario e il rafforzamento dell’incandidabilità nei comuni sciolti per mafia.

Ma oltre ad una stretta sulla legge Severino, Bindi ha avanzato una proposta ai partiti e movimenti politici affinché effettuino quelle scelte che «non possono essere imposte per legge ma proprio per questo più impegnative e responsabilizzanti davanti al Paese e al suo sfiduciato corpo elettorale». «Un nuovo ‘ codice di autoregolamentazione’ – ha proseguito Bindi – che traduca l’esigenza di contrastare il trasformismo politico e il rischio del voto di scambio politico mafioso, assicurando la selezione trasparente di una classe politica onesta e competente».

Per la presidente dell’Antimafia «occorre un impegno affinché sia riposto il più elevato livello di attenzione da parte delle forze politiche nei confronti di propri candidati che risultino avere rapporti di contiguità o parentela con appartenenti alla criminalità organizzata anche di tipo mafioso o con altri soggetti che comunque risulterebbero ineleggibili, incandidabili o non rispondenti al codice di autoregolamentazione, ed, in particolar modo, se i candidati risultano privi di un autonomo consolidato percorso politico all’interno della formazione politica tale da ritenere che la candidatura possa essere un mezzo per aggirare le vigenti disposizioni di legge o per vanificare gli impegni del codice di autoregolamentazione».

 

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