Indebolire, delegittimare, disarcionare. Chi attendeva il primo inciampo è stato subito accontentato: la richiesta di rinvio a giudizio per Virginia Raggi è il primo peso che il nuovo capo politico del Movimento 5 Stelle dovrà sopportare sulle sue spalle. L’opposizione interna non aspettava altro, il processo per sfibrare Luigi Di Maio comincia da qui. Formalmente il gruppo parlamentare pentastellato è compatto, ma dietro le quinte chi ha sottoscritto una tregua armata col candidato premier ha elaborato un piano: inutile attaccare frontalmente il leader, rischiando una scomunica, meglio lasciare che si logori da solo da qui alle elezioni politiche. La scalata verso Palazzo Chigi è piena di trappole, e il possibile rinvio a giudizio di Virginia Raggi è, per la grammatica grillina, è un’onta difficile da lavare. Gli eventuali schizzi di fango cadranno su chi ha sempre coperto politicamente la prima cittadina di Roma, su chi ha definito Raffaele Marra «un servitore dello Stato» e su chi veniva informato delle stranezze capitoline dal mini direttorio ma non capiva il contenuto delle email di “denuncia”: Luigi Di Maio. Gli ortodossi si sfregano le mani, anche se a microfoni accesi commentano le notizie romane allineandosi alla strategia difensiva indicata da Grillo: «Sono contento che siano cadute le due accuse più gravi nei confronti di Virginia Raggi», dice Roberto Fico in merito all’archiviazione dell’accusa di abuso d’ufficio. «Abbiamo fiducia nella magistratura», rincara Carla Ruocco. «Ora voglio proprio vedere cosa farà Di Maio», dicono off the record alcuni parlamentari di minoranza «per noi un rinvio a giudizio è una cosa seria, anche se stiamo diventando come i democristiani». Di Maio, per ora, preferisce guardare al bicchiere mezzo pieno: «La Procura ha chiesto di archiviare le accuse a Virginia Raggi per cui la stampa ci ha infangato per mesi», si limita a dire il candidato premier.

Ma il “profilo basso” potrebbe non essere sufficiente a mettere al riparo Di Maio dalle altre insidie che a breve potrebbero offuscare il suo astro. Molti oppositori in- terni hanno cerchiato di rosso una data sul calendario: il 5 novembre, giorno delle elezioni regionali siciliani. In caso di sconfitta elettorale qualcuno presenterà il conto. Perché se fino a poche settimane fa la vittoria di Giancarlo Cancelleri sembrava altamente probabile, adesso, da quando il centrodestra si è compattato sulla candidatura di Nello Musumeci, l’esito della competizione è tutt’altro che scontato. Anzi, secondo i sondaggi il concorrente pentastellato si piazzerebbe solo al secondo posto. Se i rilevamenti fossero confermati dalle urne, per il Movimento 5 Stelle sarebbe una sciagura. Grillo e Casaleggio hanno puntato parecchie chip sul successo siciliano, una sconfitta equivarrebbe a un brusco ridimensionamento delle ambizioni nazionali del partito e del suo leader, più volte inviato sull’isola per tirare la volata a Cancelleri. «Guarda caso, adesso dicono che i sondaggi non valgono nulla e che, in fin dei conti, quello siciliano sarà solo un voto locale», dice un ortodosso. «Eppure tutti ricordano i selfie sott’acqua di Di Maio e Cancelleri con le dita alzate in segno di vittoria. In caso di sconfitta qualcuno dovrà assumersi le proprie responsabilità». Le tensioni dentro al Movimento sono tutt’altro che sopite e non basterà più lo scudo di Genova e Milano per mettere al riparo dagli attacchi il nuovo capo politico del Movimento.

Gli ortodossi, per ora, si limitano a mugugnare a mezza bocca - consapevoli che dopo l’incoronazione di Rimini ogni dissenso verrà stroncato sul nascere - ma studiano il modo per riprendersi il partito. La leadership di Di Maio ha un punto debole: la scarsa partecipazione alle primarie on line in cui ha gareggiato senza rivali. «Hanno votato 37mila attivisti e lui è stato scelto da 31mila persone, ma se non sbaglio i nostri iscritti sono più di 140mila», spiega sottovoce un parlamentare. «Ecco, che fine hanno fatto gli altri 100mila militanti che hanno disertato le urne? Stiamo perdendo la nostra base». Il sogno proibito dei dissidenti è riuscire a rimobilitare un esercito in rotta per contenere lo strapotere del giovane capo di Pomigliano D’Arco e aggirare i diktat di Casaleggio. La congiura sta per cominciare.