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L’origine dell’odio: dalla fine della politica alla post-intelligenza

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Se metà dell’enfasi che è stata posta sul tema mainstream della postverità fosse dedicata all’avvento del nuovo vero paradigma del nostro tempo forse ci spiegheremmo meglio certe assurdità a cui siamo posti di fronte. Di che si tratta? Diciamolo con una formula che per assonanza richiama la post- verità: si tratta dell’avvento della post- intelligenza, un paradigma che a differenza delle cosiddette fake- news – la menzogna in politica è arte vecchia come il mondo – rappresenta per molti versi realmente un fatto inedito. Diciamolo: raramente la dimensione politica – anche nei suoi acuti più tragici e criminali – è stata infatti come oggi così priva di un pensiero ordinatore, di una prospettiva, di un discorso, in una parola di un pensiero.

Un collasso di senso e di intelligenza che lascia prima ancora che indignati – non si tratta di morale – semplicemente stupefatti. Ancora solo quindici anni fa per dire, non un secolo, sarebbe stato semplicemente inconcepibile, se non in una parodia da cabaret, il fatto che per mesi il dibattito politico nazionale si potesse arroventare, fino a determinare potenziali crisi di governo, sulle vaccinazioni dei bambini nelle scuole. Una questione importantissima, ci mancherebbe, ma assolutamente prepolitica, se vogliamo anche scontata. Come è prepolitica, anche se è destinata a diventare sempre più carne e sangue del dibattito politico, la guerra che vede ormai sempre più radicalmente schierate su fronti opposti comunità ideologiche composite: vegani contro carnivori, animalisti contro vivisezionisti, juventini contro antiuventini. Si dirà che si tratta di folklore, di frange lunatiche capaci di animare una nota di colore ma di non dare il tono alla discussione politica generale. Ne siamo così sicuri? Va forse ricordato che temi come questi sono diventati materia di interrogazioni parlamentari, hanno prodotto in ambienti politici che aspirano a governare il paese inchieste, sulle scie chimiche per esempio, ma soprattutto – ed è questo il punto focale e dirimente della riflessione – settori sempre più consistenti e comunque attivi di opinione pubblica erigono questi monotemi ad architrave di visioni del mondo; fanno discendere da questi aspetti particolari le loro scelte esistenziali e politiche. Quando alcuni mesi fa un gruppo di attivisti vegani ha fatto irruzione nel ristorante di Carlo Cracco al grido di “assassino” perché lo chef si era macchiato della colpa di aver cucinato della carne in pubblico, ci si è trovati di fronte all’irruzione della follia, ma di una follia politica, meglio di una forma di follia organizzata in metodo politico.

Quando dunque parliamo di post- intelligenza si vuole dire questo: che ciò che prima era accessorio e derivativo di un discorso generale o anche semplicemente eccentrico rispetto a quest’ultimo ora diventa centrale ed essenziale. In questo concusa siste il livello di politica pulsionale entro cui ci muoviamo. Uno studioso canadese, Alain Deneault, in un libro di un certo successo uscito qualche mese fa ( La Mediocrazia, Neri Pozza editori), ha parlato dell’avvento della mediocrazia. Ma ci permettiamo di dire che l’analisi si arresta a un livello precedente l’attuale. Il mediocre infatti è ancora uno che weberianamente svolge il suo lavoro, lo fa mediamente male, senza luce, senza passione, senza valore aggiunto, e tuttavia lo compie, lo porta a termine seppure ottusamente all’interno d’un paradigma organizzato da un pensiero, da un sistema burocratico tuttavia ordinato da una visione. Ora l’impressione è che la vita politica in senso lato delle società risponda a una pulsionalità momentanea dettata dai gusti, dagli interessi immediati, dall’istinto. L’impressione, per dirla altrimenti, è che noi si viva nella dimensione successiva a quella che un vecchissimo santone del paleo marxismo György Lukács aveva definito, in anni ancora non sospetti, “La distruzione della ragione”.

Lo stesso dilagare del fenomeno populista e della regressione post- democratica come qualcuno ha definito il predominio dei poteri forti della finanza e della magistratura sulla sfera politica, sono derivazioni del collasso intellettuale avvenuto soprattutto all’interno della sfera politica. Un collasso avvenuto sostanzialmente per un motivo: ossia perché la politica ha abdicato alla sua autonomia e dunque alla sua ragion d’essere. Messa sotto ac- da altri poteri – non meno immorali – la politica occidentale, soggetta a un evidente complesso di inferiorità verso la tecnica, la scienza, i media e la finanza – strumenti dei quali ha assoluto bisogno per esprimersi – ha finito con il rinunciare alla difesa delle sue prerogative, di accogliere e produrre essa stessa cultura politica. E così dall’essere stato per secoli campo magnetico delle democrazie liberali – a parte le irruzioni dei totalitarismi novecenteschi, spie di un malessere mai risolto – l’Occidente che negli anni Novanta si era sopito nell’idea che la storia fosse al suo happy end si ritrova negli anni dieci del Duemila a dover prendere atto che il suo modello di vita e di organizzazione politica non è solo minacciato dall’esterno ma rischia il collasso endogeno, perché la sua stessa ragion d’essere – di armonizzare per quanto possibili i conflitti e dare un ordine al mondo – si dimostra inutile. E questo proprio nell’era della sacralizzazione della democrazia, della celebrazione dei suoi trionfi: una retorica dietro la quale si cela una realtà che contraddice i principi della democrazia e ne corrode i presupposti istituzionali e sociali. È la tesi di un saggio di Massimo Salvatori che ha fatto scuola: Democrazia senza democrazia ( Laterza) dove si sostiene che le istituzioni degli Stati nazionali e la tradizionale divisione dei poteri non sono più in grado di regolare e controllare le decisioni di centri di potere irresponsabili – vedi crac finanziario del 2008 – che presiedono alla produzione e all’allocazione delle risorse materiali, influiscono in maniera determinante sulla politica degli Stati, plasmano l’opinione pubblica e condizionano pesantemente i processi elettorali attraverso l’indebolimento fatale dei partiti e l’avvento del cittadino video- dipendente. Cittadino peraltro sempre più lontano e indifferente rispetto alla gestione della cosa pubblica. Ma che si fosse entrati in una regressione post- democratica lo aveva già detto all’inizio degli anni duemila, in piena retorica di esportazione globale della democrazia, il sociologo inglese Coulin Crouch. Sosteneva Crouch, nel suo saggio Postdemocrazia ( Laterza) che i regimi rappresentativi avevano da anni cominciato a presentare una tendenza a trasformarsi appunto in postdemocrazie, percorrendo il ramo discendente di una parabola che aveva toccato il suo vertice nella seconda metà del secolo XX epoca di massima affermazione di politiche sociali inclusive mentre gli anni Novanta e Duemila questa parabola segnava l’accelerazione verso la torsione oligarchica e l’espulsione dal potere economico e politico di sempre più larghe fasce di popolazione. Ma non c’è solo la regressione oligarchica a minacciare la democrazia occidentale. Anche il populismo dilaga in assenza di corpi intermedi, classi sociali coese, partiti organizzati, comunità consapevoli sempre più prede di un discorso intonato ai luoghi comuni messi in circolo dal mainstream. L’appello diretto del potere al popolo non è solo un sintomo postdemocratico europeo infatti se un saggista conservatore come Gene Healy, senior editor del Cato Institute, segnalava qualche anno fa in The cult of presidency, che in America gli elettori delegano al presidente una serie infinita di responsabilità: riversano su di lui una tale mole di aspettative, che il potere della Casa Bianca ha finito col diventare enorme, difficile da bilanciare con gli istituzionali contrappesi liberaldemocratici. Tanto che il presidente americano non è più solo il responsabile dell’amministrazione politica dello stato e delle sue relazioni internazionali ma dovrebbe essere anche il responsabile della crescita economica, dell’educazione dei giovani, della sicurezza nazionale, della sconfitta del terrorismo e della criminalità interna. E soprattutto deve essere un esempio morale di vita per la società nordamericana, incarnando tutti i suoi più alti valori. Una specie di arcangelo con l’incarico di proteggere l’America dalle forze del male. Non sono sintomi di una democrazia propriamente in salute. Non sono nemmeno segnali incoraggianti rispetto all’intelligenza collettiva. Come sempre però i classici avevano già visto l’orizzonte. Alexis De Tocqueville nel suo Viaggio in America, un saggio ispirato e profetico sulla democrazia nascente, aveva avvertito sui rischi della sua eterogenesi: “Appunto perché non sono un avversario della democrazia, voglio essere sincero con essa. Ebbene, man mano che la massa della nazione si volge alla democrazia, la classe particolare che si occupa dell’industria diviene più aristocratica. Io penso che nel suo complesso l’aristocrazia industriale sia una delle più dure che mai siano apparse sulla terra. (…) Proprio verso questa parte gli amici della democrazia devono continuamente rivolgere lo sguardo e diffidare, perché se la diseguaglianza permanente delle condizioni e l’aristocrazia dovessero di nuovo penetrare nel mondo, si può prevedere che esse entreranno dalla porta dell’aristocrazia industriale”. E anche: “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. Tenendoli in un’infanzia perpetua”. In più con la globalizzazione si eclissano definitivamente le cornici che avevano garantito strutture culturali definite ai popoli. L’uomo postmoderno è homo optionis, creatura entro cui come ha scritto Ulrich Beck “lo strato profon-do di ciò che in lui e che è precluso alla decisione viene spinto nella sfera della decisione” Da qui un’irritazione diffusa contro questa libertà rischiosa che ha sconfitto il destino e che ha “precipitato” intere generazioni contemporanee in quella che la Arendt chiamava “la tirannia delle possibilità”. Da qui anche la resistenza: i neomisticismi, i neofondamentalismi, i radicalismi politici di destra e sinistra che impugnano di nuovo nazione e classe; da qui anche una diffusa paura panica che sfocia in richieste d’ordine, in chiusura, in diffidenza e cattiveria. Il fatto è che la questione dell’individuo è risorta e pone alla società europea l’esigenza di forgiare nuove forme di legami e di alleanze anche perché il solo principio della libertà, senza i nessi con l’idea forza dell’eguaglianza e della fraternità si risolve fatalmente nell’apocalisse sociale del tutti contro tutti.

Le deriva pulsionale che si è descritta rischia d’essere l’anticamera di una violenza pandemica e capillare. Non sarà facile ritrovare perimetri culturali collettivi, ricostruire un discorso condiviso anche se nella pluralità di idee e opinioni della società complessa, ma sarà indispensabile se non si vorrà far seguire all’atomizzazione radicale in corso il decorso della follia sociale. Dove le preferenze di ognuno si scontrano con le preferenze contrapposte dell’altro. Concentrati a registrare la decadenza della politica ci siamo dimenticati che prima della politica c’era la barbarie.

 

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