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La guerra delle statue che piacerebbe all’Isis

Dai fatti di Charlotteville alla crociata contro le statue di Colombo, si è scatenata una grottesca caccia ai fantasmi di pietra
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L’ultima vittima del furore iconoclasta è Cristoforo Colombo: un busto di bronzo del navigatore è stato decapitato in parco di Yonkers, sobborgo a nord di New York; poche ore prima ignoti avevano sfregiato un’altro munumento dell’illustre genovese nel Queens, equiparandolo a un «genocida». Gli anonimi vandali sono avanguardie fanatiche, ma non si tratta di atti di ribellione anti- sistema, la loro crociata è sostenuta dalle autorità, lettralmente in balìa dell’ondata politically correct che sta attraversando l’America. A San Francisco e Los Angeles sono state abolite le celebrazioni del Columbus day e persino il sindaco della Grande mela Bill Di Blasio, un italo- americano molto legato all sua comunità si è adeguato all’aria che tira. In pochi mettono l’accento sul nonsense di questa campagna in cui i paladini dei buoni sentimenti vogliono cancellare gli “orrori” di un passato di cui sono i primi a beneficiare.

La guerra ai fantasmi di pietra inizia a Charlotteville lo scorso giugno quando il sindaco decide di far abbattere la statua del generale Robert Lee, comandante dell’esercito sudista durante la guerra di secessione e simbolo dello schiavismo. Senza entrare nel merito ( molti storici hanno riabilitato la figura di Lee, sottolineando i suoi sforzi per tenere unito il Paese a guerra finita), attorno a questa rimozione si è creato un autentico cortocircuito: i gruppi di suprematisti bianchi, il Ku kluks klan e altre frattaglie dell’halt right statunitense sono scesi in piazza per difendere quei monumenti identitari, scontrandosi fisicamente con i giovani antirazzisti che chiedevano a gran voce l’abbattimento e uccidendo una giovane manifestante di 30 anni. Nei giorni seguenti l’indignazione dell’America progressista ha preso forma nella caccia al monumento; nei parchi della Lousiana, della Virginia, del North Carolina, dell’Ohio e di altri Stati sono continui gli attacchi ai simboli dei confederali: tra statue, busti, camei sono circa duemila i manumenti che ritraggono gli eroi sudisti, molti dedicati a militi ignoti, semplici ragazzi morti nella guerra civile. Intanto a Charlotteville le autorità, in attesa di buttare giù la statua equestre di Lee la hanno coperta con un telo nero.

Ma la passione, come un gioco estivo globale, ormai varca i confini dell’America dilaga in tutto l’Occidente. Così in Gran Bretagna il Guardian si chiede se non sia finalmente giunto il momento di sloggiare l’ammiraglio Nelson dalla storica colonna di Trafalgar square a Londra, perché il buon Horacio era un salvatore della patria ma anche un sostenitore dello schiavismo, anzi, «il prototipo del suprematista moderno», giura l’editorialista Afua Hirsch sulle colonne del quotidiano. Stessa musica a Parigi, dove il gauchista Libération lancia la sua “provocazione” sui monumenti che ricordano il suo passato coloniale, da Napoleone in giù. «Il generale Gallieni, eroe della Marna nella Prima guerra mondiale ha compiuto atrocità inenarrabili in Indocina: è giusto che sia celebrato con una statua?», si interroga lo storico Marcel Dorigny. In Olanda il celebre Rijksmuseum di Amsterdam i nomi di migliaia di dipinti e sculture considerati razzisti, sessisti o semplicemente offensivi, come «eschimese» o «selvaggio. Un piccolo esempio: la tela di Simon Maris titolata dall’autore Ragazza negra, da oggi si chiamerà Ragazza con ventaglio, e così via.

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Statue, abbattute, statue coperte prima di essere abbattute, statue vandalizzate, totem di marmo attorno ai quali si consuma un rito di purificazione collettiva. Ci deve essere qualcosa di profondo in questa caccia ai fantasmi, in questa guerriglia contro la propria cattiva coscienza; alla rimozione fisica corrisponde la rimozione della Storia, vissuta narcisisticamente come un senso di colpa. A Palmira le milizie dell’Isis nella loro folle guerra agli “idoli” hanno sfregiato l’impossibile, brutalizzando il teatro romano del Peritelio, abbattendo siti archeologici, saccheggiando e distruggendo musei, come fecero 20 anni fa i taleban afghani che polverizzarono le statue del Buddah nella valle di Bamiyan. Nella loro idea di un Islam ineffabile e muto vedono in ogni rappresentazione dell’umano e soprattutto del divino un insulto alla purezza religiosa. Che si tratti delle meravigliose moschee sciite, delle allegorie leonine a Raqqa, delle chiesette azire, dei santuari sufi, il furore nichilista vuole una cosa sola: annientare i simboli.

Paradossalmente non sono così diversi dagli abbattitori di statue confederali d’oltreoceano.

In fondo, volendo essere coerenti, ben poche vestigia del passato passerebero indenni l’esame di maturità del politicamente corretto. Prendiamo la piramide di Ghiza; uno scintillante munumento alla schiavitù costruito con il sudore ( e la vita) di migliaia di schiavi. E la Grande Muraglia cinese cos’altro non è se non il “muro dei muri” una formidabile barriera contro il multiculturalismo e l’immigrazione? Nella lista, potenzialmente inesauribile possono entrare altri splendori architettonici come le colonne e gli archi della Roma imperiale, celebrativi di massacri e genocidi senza pari, la reggia di Versailles, dimora dell’aristocrazia parassita e reazionaria, o luoghi di raccoglimento come i cimiteri di guerra tedeschi che ospitano le ossa dei cattivissimi soldati nazisti.

 

 

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