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«Quel pomeriggio di dieci anni fa PierGiorgio mi disse: morire non è semplice»

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Il 20 dicembre 2006, all’età di 60 anni, moriva Piergiorgio Welby: affetto fin da adolescente da distrofia muscolare, perse presto la possibilità di camminare e, in seguito, anche di parlare e compiere qualsiasi movimento, compreso mangiare e respirare. Nel 2006, in una lettera inviata all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiese, senza successo, il diritto a non ricevere più i trattamenti sanitari che lo tenevano in vita. Pochi mesi dopo, ottenne l’aiuto del medico anestesista rianimatore dell’ospedale di Cremona, Mario Riccio, che, dopo averlo sedato, gli staccò il respiratore.  Accanto a lui c’erano la moglie Mina e i compagni radicali, Marco Pannella, Rita Bernardini, Marco Cappato che con lui e l’Associazione Luca Coscioni avevano portato avanti una lotta nonviolenta per il riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico e per il diritto all’eutanasia in Italia. Il caso di Welby superò i confini nazionali, se ne occupò, persino Al Jazeera, perché la sua non fu una battaglia semplice. Aveva come avversari lo Stato italiano e la Chiesa cattolica che gli negò persino i funerali con queste motivazioni: «In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica) ».
Quel rifiuto non fermò le migliaia di persone che il 24 dicembre si ritrovarono a piazza Don Bosco a Roma per celebrare il funerale laico di Welby. Marco Pannella così lo ricordò dal palco: «Oggi hanno diritto di parlare, di far valere la loro storia, le famiglie dei tanti, delle migliaia e migliaia da generazioni di Welby torturati, fatti fuori per pietà, per amore, ma nella condizione necessaria dell’eutanasia clandestina, non regolamentata, vergognosa di sé, e molti di voi sono qui perché appartengono a costoro, perché emergano le risposte a queste tragedie umane, a questa violenza senza nome, a questa tortura che si è imposta anche contro il suo corpo». Questo pomeriggio alle 14,30 alla Camera dei deputati si svolgerà l’evento dal titolo “Welby 10 anni dopo: una lotta che porta nuove libertà” al quale parteciperanno Laura Boldrini, Mina Welby, Beppino Englaro ed Emma Bonino. Al termine sarà proiettato un docufilm sulla battaglia condotta da Welby. Abbiamo incontrato la moglie Mina che porta avanti in tutta Italia – tanto da essere affettuosamente chiamata dai compagni radicali “Mina vagante” – con determinazione la battaglia del marito per una morte dignitosa.
Qual è il ricordo più vivo di quell’ultimo giorno?
Spesso penso che altro avrei potuto, o dovuto fare quel pomeriggio per far passare il tempo in modo utile e ancora piacevole a Piero. Venne una mia ex alunna di tedesco per farci gli auguri di Natale. Piero salutò con il suo solito sorriso il bambino. Gli aveva portato una candelina a forma di babbo natale. Me la fece mettere sul televisore di fronte per averla bene in vista. Andarono via subito e Piero mi disse “morire non è semplice”. Sto ancora oggi riflettendo su cosa mi volesse dire. Ma si lasciò andare anche a un’uscita ironica, quando in camera c’erano diverse persone e il loro vocio lo disturbava, “Andate un po’ di là o parlate piano. Mi devo concentrare, è la prima volta che muoio. ” Accolse Marco Pannella con un sorriso e gli sussurò “vecchio bestione! ti amo”. Era stato dubbioso sulla sua possibilità di riuscire a morire. Gli avevo promesso “ti aiuterò”.
La sua lotta per una morte dignitosa a che punto è?
Il testamento di lotta nonviolenta di mio marito Piero vive ancora in molti italiani che non lo hanno dimenticato e che vorrebbero che una legge laica e liberale sul fine vita venisse approvata. Purtroppo c’è uno scollamento tra quello che chiedono i cittadini e le priorità della politica. Non dimentichiamo che nel 2014 l’allora capo dello Stato Napolitano scrisse una lettera all’Associazione Coscioni dicendo ” Il Parlamento non dovrebbe ignorare il problema delle scelte di fine vita ed eludere un sereno e approfondito confronto di idee su questa materia”.
Dieci anni fa le gerarchie ecclesiastiche si rifiutarono di celebrare il funerale. Pensa che con questo Papa sarebbe accaduto?
Credo sia stato un fatto di politica, dove il Papa c’entrava poco. Le battaglie radicali sulla Legge 40 sommate alla battaglia sull’eutanasia, nel senso largo di morte dignitosa, oggi trovano un papa Francesco, uomo prima di tutto, accanto a uomini sofferenti, che tende la mano a tutti gli erranti. Lui che si dice peccatore non giudica nessuno.
Proprio in questi giorni è stato approvato un testo unificato sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, il cosiddetto testamento biologico, dalla Commissione Affari Sociali. Qual è il suo giudizio?
Innanzitutto spero che arrivi presto in Aula per la discussione, perché è sempre importante porre l’attenzione sul tema. Certamente avrei preferito che si discutesse la proposta di legge sull’eutanasia dell’Associazione Coscioni, che non causerebbe più morti, come qualcuno obietta, ma darebbe la certezza che la volontà del malato venga rispettata. È chiaro che le proibizioni creano la clandestinità, come è successo con l’aborto, e sta accadendo ora con l’eutanasia.
Intanto la proposta di legge sull’eutanasia è seppellita in Parlamento.
Ammetto che è una patata bollente perché è un tema che spacca i partiti. Tuttavia non si può più girare la testa dall’altra parte. La scelta di decidere come morire deve diventare un diritto. Faccio due appelli: ai parlamentari chiedo che si prendano la responsabilità di discutere seriamente il tema e ai medici coraggiosi, come in Olanda, di autodenunciarsi per aver dovuto anticipare la morte di un paziente, per non procurargli sofferenze inaudite.
Il primario del Gemelli Mario Sabatelli trova “scandaloso che in molti pronto soccorso i medici si arroghino il diritto di intubare malati che hanno detto di no”.
Il professor Sabatelli parla con cognizione di causa. Non so quale siano le motivazioni che spingano un medico a eludere le volontà del paziente. Bisognerebbe rivedere il rapporto medico paziente alla luce di un dialogo più forte e non solo come un passaggio di routine. Mi piace sottolineare che è falsa la contrapposizione tra eutanasia e cure palliative. Una legge sul fine vita non depotenzia affatto le seconde, anzi sarebbe ora che la sanità pubblica si attrezzasse meglio e non ostacolasse le cure palliative.
Cosa diresti a una moglie, a una mamma, a una persona che oggi si trova nella situazione in cui ti sei trovata tu?
Se vi siete amati fino ad oggi, non rovinare una grande storia d’amore, ma ama fino in fondo. Non te ne pentirai. La morte divide solo i corpi, ma unisce gli spiriti.

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