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Resa dei conti in Direzione Pd, parla Renzi

Primo faccia a faccia tra renziani e minoranza dem. Speranza attacca, Renzi: "Dobbiamo dare una speranza all'Italia. Serve un congresso, io non mi nascondo"
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La Direzione Pd di oggi è la prima dopo il definitivo addio di Matteo Renzi a palazzo Chigi, ordine del giorno: la crisi di Governo e discussione in vista della campagna congressuale che si aprirà con l’Assemblea Nazionale di domenica 18. Renzi è arrivato al Nazareno, nonostante  le voci iniziali di una sua possibile assenza.  La minoranza ha fatto sapere di non aver intenzione di “impallinare” il premier incaricato, ma chiederà “discontinuità nell’azione del governo, a partire da scuola e lavoro”. Il fronte che fa capo a Bersani e Speranza,  sostiene che Renzi può convocare un congresso anticipato solo se si dimette da segretario.

14.30 – Parla Matteo Renzi. Il Pd si è mosso in modo cristallino e nell’interesse del Paese. Si chiude l’esperienza di un governo, è una bellissima storia il cui valore e difficoltà saranno oggetto di dibattito. Ora si apre un dibattito sul futuro, partendo dall’assunto che ci sono stati elementi positivi e anche negativi: la complessità della situazione non si nega. Dobbiamo capire dove è l’Italia oggi e il futuro che noi avevamo visto in un governo che si fondasse su semplificazione e sistema maggioritario. Questo disegno è stato bocciato dagli elettori e ora dobbiamo aprire una discussione su questo. Il punto però non è che l’elettorato popolare e di sinistra non è stato nel 40%. La discussione parte da un governo che a breve giurerà, con un percorso del Pd che va da qui ai prossimi anni. Se vogliamo fare il congresso si farà un congresso e io vorrei che lo si facesse, rispettando lo Statuto. Se si fa un congresso sarà l’assemblea a stabilire le modalità e poi gli elettori a decidere, sapendo che c’è un appuntamento evidente con le elezioni. Noi dobbiamo continuare a voler dare una speranza all’Italia, a prescindere dal voto referendario. Noi vogliamo dare a questa comunità una speranza. Ci sono però molti elementi che non abbiamo discusso tutti insieme: io non mi nascondo. Di fronte alle mie responsabilità io non sono mai sfuggito e non vedo modo migliore di parlare dell’Italia che fare il congresso. Per ora c’è da dire in bocca al lupo a Paolo Gentiloni e viva l’Italia.

Mila Spicola: qui non è questione di rispetto, ma si stanno minando le basi della democrazia. Le idee si combattono, non le persone. Abbiamo fatto una campagna referendaria che nel metodo non è andata bene. Non si può nemmeno strumentalizzare lo scontento, come ha fatto qualcuno di diverso da noi, e nelle periferie non si può andare solo quando si chiedono i voti, ma tutti i giorni. Noi dobbiamo trovare il modo di dare protagonismo sociale a chi non ce l’ha.

Dario Parrini: dobbiamo esprimere con chiarezza il fatto che si debba ridare la parola ai cittadini. Questo Parlamento ha votato al 60% le riforme bocciate dal 60% dei cittadini. Sono contento che si vada a congresso, ma temo che dopo oggi se ne faccia una delegittimazione a priori. Bisogna partire da un punto, la vocazione maggioritaria: lo saremmo potuti essere se avessimo vinto al referendum. Non facciamoci irretire in un congresso che è occasione per proseguire lo scontro interno invece che per parlare al paese. Ricordiamo che anche alcuni che hanno votato no continuano a vedere nel Pd una speranza per il Paese.

Matteo Orfini: Nessuno sottovaluta il referendum, in cui abbiamo avuto una sconfitta pesante. L’apertura della fase congressuale lo evidenza. Il buono dei 1000 giorni di governo non significa vederne i limiti, perchè altrimenti avrebbe vinto il sì. Questo voto ha segnato l’esistenza di una questione sociale nel paese, che si coniuga con una questione anagrafica ma questo è un dato storico, che permane nel nostro partito da anni. Il trend e strutturale e parla della sinistra italiana degli ultimi 20 anni e così si è stratificata una distanza con quella parte del paese, che non ci riconosce più come interlocutori. La storia della nostra generazione è quella del futuro negato e un pezzo di responsabilità ce l’ha anche la sinistra. Una questione come questa non si risolve con l’azione di governo e basta. Non basta nemmeno cambiare il racconto e noi abbiamo spesso pensato di affidare quei pezzi di società a notabilati politici, a somme di preferenze. O decidiamo che per risolvere questa questione serve un partito, oppure non si risolve nè col governo nè con la narrazione. Noi oggi non siamo questo, il Pd non si è messo a disposizione ed è urticante per quella parte di paese. Noi non abbiamo perso per le divisioni interne, ma queste hanno pesato nella sconfitta. Noi diamo l’idea che finiamo nel dibattito tra di noi e quella parte di periferia non si avvicina a questo: a un partito che vive della sua discussione interna. Sul governo ricordo: noi eravamo al governo con forze a noi alternative come Berlusconi, questo è stato accettabile perchè dovevamo fare riforme. Questo ora è finito e il Governo Gentiloni è a termine, sulla legge elettorale. Attenzione: non si apre la terza repubblica guardando alla seconda.

Stefania Covello: La minoranza ha giovato solo ai 5 Stelle. Renzi ha dimostrato coincidenza tra la faccia e la parola, in cui io mi riconosco. I 1000 giorni di governo sono una eredità che dobbiamo capitalizzare e spero che Gentiloni lo farà. Il sud è stato al centro dell’agenda della politica attiva. Noi dobbiamo avere un partito unito, ma non può esserlo a intermittenza e convenienza a seconda dell’opportunità.

Francesco Boccia: il 4 dicembre abbiamo perso tutti. Ha perso il Pd e l’idea di riformismo che il Pd ha rappresentato agli italiani. Il risultato è stato netto e non interpretabile con la scorciatoia di dire che torniamo indietro di 20 anni, perchè è offensivo. 20 milioni di italiani ci hanno detto che non erano d’accordo con noi e noi invece abbiamo continuato a correre senza riflettere. Non ho apprezzato Renzi sul piano politico: questa discussione andava fatta prima, perchè lui è stato premier perchè segretario del Pd. Ora chiedo di fermarci per capire ciò che è successo, con lo sforzo di interrompere il Truman show permanente. Ricordiamo che questo governo non ha avuto solo la maggioranza del Pd, ma anche di altri gruppi parlamentari senza riferimenti nel paese. Dopo 3 anni dobbiamo chiederci con chi andiamo e il congresso serve a questo. Da oggi in poi spero ci sia rispetto per chi la pensa diversamente e non si fa omologare nel pensiero unico. E’ troppo? Basta dividere il mondo in amici e nemici, perchè ci fa raccogliere solo tempesta. Il partito è stato troppo condizionato dall’azione di governo, ora basta con le corse a prescindere.

Emanuele Fiano: Speranza ha qui aperto una stagione congressuale, ma si fa dicendo parole di verità. La sua tesi è che la maggioranza di partito ha sbagliato, perchè l’Italia è infelix e in questo sta il risultato negativo. La crisi però attraversa l’occidente e la sinistra europea e io non ci sto a farmi dire che tutto ciò che abbiamo fatto in questi anni è stato sbagliato: noi abbiamo avuto al centro lavoro, immigrazione e crisi e Speranza non può dire il contrario. Speranza ha approvato con noi, da capogruppo, le linee del governo Renzi. Il 40% ha votato non solo per la riforma, ma anche per l’assetto di questo governo Renzi e ricordo il voto europeo: non penso sia onesto cominciare il congresso girando le cose. Vedo sì una necessità di lavorare sul partito, perchè troppe volte nei circoli parliamo a noi stessi e a non chi sta fuori, ma non mi va che sia calpestato il lavoro di questi 1000 giorni, sapendo come abbiamo ricevuto questo Paese. Dire che fino a qui abbiamo sbagliato tutto è offensivo per il lavoro. I 13 milioni di voti del Sì non sono tutti nostri, ma sono i voti di chi non vuole virare verso il populismo.

13.40 – Speranza presenta un documento in merito al nuovo governo Gentiloni. La direzione nazionale esprime all’unanimità l’appoggio al governo Gentiloni

Sandra Zampa: condivido la richiesta fatta dagli elettori di andare ad elezioni nel tempo più breve possibile. Non possiamo però saltare i passaggi necessari per arrivare alle urne, a partire dalla decisione della Consulta sull’Italicum e il lavoro sulla legge elettorale. Dobbiamo essere consapevoli che la vocazione maggioritaria del Pd ha a che fare con il Paese. Io ho appena firmato la presentazione di una proposta a partire dal Mattarellum. L’indizione del congresso è il primo passo per mostrare al Paese la nostra volontà di andare al voto. Il governo Gentiloni è un governo di scopo, ma che deve raccogliere competenze e autorevolezze, spero che sia questo il tratto con cui verranno fatte le scelte. Nel Pd, spero che la smetteremo di passare le giornate a replicare alle dichiarazioni dei M5S, perchè non sarà sulle loro provocazioni che costruiremo il consenso. Vinceremo solo se sapremo fare il partito che avevamo promesso, non sui loro sbagli.

Franco Marini: Io ho vissuto tre momenti di divisione: referendum sulla scala mobile, la difesa di un pezzo di voto proporzionale e la scelta del titolo V. In questi casi di confronto nessuno mise in discussione la segreteria del partito, come invece succede qui. Io sono per il congresso, ma serve dibattito su ciò che sta succedendo in Europa e in Occidente e soprattutto voglio chiedere ai senatori che hanno votato la riforma costituzionale: come fate a dire che è colpa solo di Renzi? Questo stride, anche tra i nostri iscritti. Serve un congresso sulla linea, non solo sulla dirigenza.

Salvatore Margiotta: il dato forte del referendum è la fidelizzazione del voto referendario ai singoli partiti. Ognuno ha votato come ha detto il partito, senza preoccuparsi dei quesiti. La maggior parte degli elettori del Pd hanno votato sì, l’85%, e questo significa che è un errore intestarsi il 15%, caro Speranza. Per recuperare quel voto, invece, bisognerebbe evitare alcune asperità che nell’intervento di Speranza ho sentito. La parte di partito che è stato dalla parte del No ha giocato per Grillo, Di Maio e Salvini, diciamocelo con franchezza. La legislatura è finita, sopravvissuta per fare le riforme e quindi, visto che non si è portato a termine il mandato, si deve chiudere. Ottima la scelta di Gentiloni: ora governo, congresso e nuovo voto. La verità è che, fuori dall’uragano, rimarrà una sola cosa, il Paese ha perso una opportunità per migliorarsi. E allora spero nella rivincita del paese.

Gianni Cuperlo: Noi stiamo impostando una discussione accesa senza una relazione politica del segretario del Partito. Renzi si è recato davanti alle telecamere domenica dimettendosi, poi abbiamo fatto una direzione dove Renzi ha spiegato i meriti dell’azione di governo, ora teniamo una discussione politica in assenza di una relazione politica. Per questo io temo che finiamo fuori sincrono. Per ora mi limito a dire: pieno appoggio a Gentiloni. Questo governo, però, ha un mandato molto definito, con emergenze che vanno gestite ed impegni internazionali e bisogna restituire al parlamento il dossier sulla legge elettorale. Io non ho paura del voto, ho paura del risultato e vorrei che ci mettessimo nella condizione di ottenere risultati che diano soddisfazione. Nessuna resa dei conti e sindrome dei gazebo, ma discussione piena a partire dalla posizione di Renzi. Il clima che si sta determinando non è positivo e non aiuta nessuno di noi, a prescindere dalle scelte di ciascuno sul referendum. La passione politica ha bisogno di senso di appartenenza, in cui le discussioni aspre precipitano nella capacità delle classi dirigenti di farsi carico delle divergenze. Tra questo e un partito dove nell’organismo dirigente superiore non c’è – anche a fronte della drammaticità – un clima di rispetto, quel partito è più debole: perchè ciò che succede al vertice poi scende per i rami. Poi non lamentiamoci se fuori da qui vediamo fenomeni degenerativi del clima politico.

Gennaro Migliore: E’ merce rara avere un presidente del Consiglio che si dimette pur con la maggioranza in Parlamento. Per alcuni sono stati giorni di dimissioni, per altri di festeggiamenti e questo non è un tema che si può sottrarre alla discussione. Voi detenete la patente di sinistra, per quanto mi riguarda il mandato di questo governo è di fare una legge elettorale ma di ripartire da ciò che abbiamo fatto, a partire dal Jobs Act, fatto con Speranza capogruppo. Io considero il congresso un passaggio fondamentale: nella mozione congressuale ci deve essere scritto che vogliamo andare a elezioni, prima di settembre. Dovremo fare campagna contro il M5S, che è diventato un partito con un programma definito – a partire dalla capitalizzazione della vittoria del No, che è una loro vittoria – fondato su xenofobia e antieuropeismo.

Raffaella Paita: Forse le parole e gli accenti avrebbero dovuto essere dosati in altra maniera caro Speranza. Se il punto di oggi è che dobbiamo fare analisi critica, io sono in completo accordo. Non mi pare che le dimissioni di Renzi significhino rimozione del problema, ma assunzione di responsabilità. Parleremo di tutto, ma se questa analisi conduce a pensare che la rotta sia sbagliata compieremmo un eresia. Abbiamo comunicato un processo di riforme del paese con una rottura con il passato, anche mettendoci contro molti gruppi di potere. Noi dopo il No abbiamo ricominciato a parlare di proporzionale e dicorrenti: la posta in gioco del Sì era fare un passo avanti, così siamo precipitati vent’anni indietro. Credo in un partito a vocazione maggioritaria e credo che noi dovremo sostenere le cose descritte da Guerini, prima del voto però il Pd dovrà discutere la sua missione di rappresentare davvero il Paese.

Roberto Speranza: Non sono giorni facili per nessuno. L’Italia Felix fin qui prospettata si è scontrata con la realtà, che è più forte della comunicazione. Ripartiamo dalla vita dei più deboli: molto spesso siamo sembrati gli amici di chi ce la fa. Così noi non siamo più noi stessi e il Pd semplicemente muore: non è un problema di chi lo guida. Il messaggio degli italiani al referendum è stato che così non va proprio. Dobbiamo riconoscere che abbiamo fatto errori, a partire da una campagna politica terribile, con manifesti su “meno politici” di cui mi sono vergognato. Rispetto sul piano politico e personale la decisione di Renzi di dimettersi. Io penso che il Pd debba essere tutto responsabile, dobbiamo dare noi stabilità al Paese. Il referendum ci dice che dobbiamo avere il coraggio di ripartire da uno spirito diverso: non sta succedendo, vedo ancora troppa arroganza. Pensare di ripartire da 40% è un errore che si sbatte in faccia agli italiani, come a dire che hanno votato male. Un congresso serve, ma non può essere una resa dei conti del capo. Deve essere un congresso vero, sulla nostra collocazione politica e sul progetto da mettere in campo. Un congresso, non un votificio della domenica mattina: non è solo scegliere la leadership. Serve dare subito segno di una svolta sociale, perchè abbiamo capito la lezione: dobbiamo recuperare il nostro elettorato sociale e di sinistra. Una parte consistente della nostra gente ha scelto di votare NO, possiamo far finta di non vedere ma è la verità e nel Pd qualcuno ha scelto di rappresentarli. Non corriamo il rischio di pensare che la coalizione del Sì al referendum possa diventare un nuovo soggetto politico. Le nuove elezioni le vinceremo solo se riusciremo a far stare con noi una parte di chi ha votato No. Lo si dica con chiarezza se è così: non c’è spazio nel Pd per chi ha votato no. Il mio seggio è a disposizione, ma non rinuncio alle mie idee.

Sergio Lo Giudice: Abbiamo dimostrato di non avere paura del voto e vogliamo andare a elezioni. Bene il ringraziamento a Matteo Renzi per il lavoro fatto sin qui e un augurio per il lavoro che farà come segretario del partito. Bene il nome di Gentiloni e il sostegno alla sua azione. Detto questo, avremmo fatto bene a iniziare questo dibattito la volta precedente, perchè o riusciamo a uscire fuori da una logica per cui i passaggi fondamentali sono momenti di resa dei conti, ridando il senso di comunità politica a questo partito, oppure rischiamo di non far sopravvivere il Pd. Ho condiviso l’idea di Renzi di chiedere una legge elettorale che sia in grado di garantire uno scenario di governabilità; di chiedere congresso e di non dire “voto subito”. Questa direzione, però, la volta scorsa non ha nemmeno votato: basta mandati impliciti. A Gentiloni dico: se agli esteri andasse Alfano, vorrei chiedergli di vigilare perchè si trattino con delicatezza le vicende come Matacena e Regeni. Sul congresso mi limito a dire: basta rese dei conti interne, chiamiamo la base a votare in modo concreto, perchè altrimenti il Pd rischia di uscirne ancora indebolito. Sulla legge elettorale: partiamo dal Mattarellum, un sistema elettorale che garantisce ai cittadini di scegliere il proprio candidato.

Lorenzo Guerini: Abbiamo partecipato alle consultazioni, secondo il mandato di rappresentare al presidente della Repubblica una posizione del Pd che si mantenesse su: proposta di governo di responsabilità aperto a tutte le forza politiche; la posizione del Pd di arrivare in tempi brevi alle elezioni; di agevolare il cammino del presidente Mattarella, per risolvere la crisi di governo, assicurando la responsabilità del Pd. Mattarella, anche in relazione alle scadenze internazionali, ha deciso di conferire l’incarico come presidente incaricato al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. A questa indicazione, noi come Pd abbiamo assicurato piena disponibilità e responsabilità. La direzione di oggi deve muoversi nel solco di queste parole, assumendosi la responsabilità degli sforzi di Gentiloni. Oggi da questa direzione devono emergere posizioni chiare: il Pd non ha paura del voto; ringraziamento a Matteo Renzi per il lavoro svolto e per la coerenza mostrata nel mantenere le parole dette; dare un’indicazione sull’appoggio a Paolo Gentiloni. Spero che si riesca a votare un appoggio pieno e forte del Pd all’avvio del lavoro di Gentiloni.

12.30 – La direzione inizia con Matteo Orfini. “Entro le 14 la direzione deve votare sulla proposta avanzata da Mattarella, di Gentiloni come presidente del Consiglio. La prima parte della discussione servirà per esprimersi su questo”. Dopo il dibattito potrà continuare.

 

 

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