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Negata l’estradizione di un prete argentino accusato di tortura

Negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”.La Cassazione ha spiegato che è “necessaria una legge che converta la norma internazionale”. La Camera l’ha approvata ad aprile 2015, ma è ancora ferma al Senato
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Domenica c’è stata la giornata mondiale dell’Onu contro la tortura: una pratica disumana che viene ancora praticata in più di 140 Paesi causando centinaia di migliaia di vittime. In Italia la tortura però non è ancora un reato e la conseguenza non è solo il fatto che ci sia mancata giustizia per le vittime e impunità dei torturatori nostrani, ma che il nostro Paese sia diventato il rifugio dei torturatori stranieri.C’è un caso esemplare. Nella parrocchia di Sorbolo, un piccolo comune in provincia di Parma, c’è un sacerdote che esercita la sua funzione religiosa in tutta tranquillità. Si chiama don Franco Reverberi, ha 78 anni ed ha origini argentine. Nulla di strano se non fosse per un piccolo particolare: è segnalato dall’Interpol – ha una scheda sul sito tutta dedicata a lui – come un uomo ricercato dall’autorità giudiziaria argentina per il reato di “imposicion de tormentos”, ovvero tortura. Sì perché negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Parliamo del periodo più nero che abbia vissuto l’Argentina. Settemila persone scomparse, i desaparecidos, e centinaia di persone torturate. Pochi sanno che tra gli scomparsi, almeno un migliaio erano italiani. L’Argentina era meta di tanti italiani che cercavano lavoro, e molti di essi erano giovani che avevano degli ideali. Giovani che lavoravano duramente e, giustamente, pretendevano dei diritti e soprattutto difendevano la democrazia. L’ammiraglio Eduardo Emilio Massera, Videla e Agosti instaurarono un triunvirato il 24 marzo 1976. Fu la giunta più sanguinaria della storia e anche la più silenziosa perché imbavagliarono tutti i mezzi di informazione. Durante la formazione del nucleo d’attacco destinato a “cancellare la sinistra”, Massera divulgò un messaggio inaugurale di saluto agli ufficiali di nuova nomina, che si concludeva con l’esortazione di "reagire al nemico con la massima violenza e senza esitazioni sui mezzi da impiegare".Come comandante della Marina, Massera era responsabile di almeno 5000 casi di tortura e assassinii di persone che passarono per l’Esma ("Escuela Mechanica de la Armada", cioè la Scuola di Meccanica dell’Armata), uno dei più noti centri di detenzione della guerra sporca. L’Esma era l’ultima tappa per i prigionieri politici destinati ad essere gettati vivi nell’Oceano Atlantico dagli aerei della Marina. Un vero e proprio sanguinario, tanto che nominò come comandante del primo corpo d’armata il generale Suárez Masón e fu una delle figure guida della più estrema tra le fazioni militari durante l’era della repressione.In tutto questo contesto, ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale” dove detenevano e torturavano i detenuti politici. Non sta a noi dire se sia colpevole o meno: dovrà essere il processo ad accertarlo. Ma questo non potrà accadere perché la magistratura italiana non ha concesso l’estradizione. Il motivo? In Italia manca il delitto di tortura. Gli avvocati dell’ambasciata argentina avevano fatto opposizione alla sentenza di mancata estradizione appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia stessa. Ma la Cassazione ha confermato l’esito spiegando che sia “necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”. Quindi nulla di fatto.Don Reverberi può dire messa serenamente nella parrocchia. Alcuni si sono appellati al Vaticano, in particolar modo ad un illustre argentino: papa Francesco. Ma le autorità ecclesiastiche possono fare ben poco. Lo ha spiegato padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana: “Tutti ricorrono a papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare? ”.Paradossalmente, se il sacerdote incriminato avesse chiesto rifugio nella Città del Vaticano, egli non avrebbe avuto vita facile: lì la tortura è considerata un reato. Si tratta una delle leggi che papa Francesco ha voluto far approvare appena si è insediato. L’altra riguarda l’abolizione dell’ergastolo.L’associazione Antigone ricorda che nel corso degli ultimi mesi, non sono mancate le prese di posizione da parte del governo a favore del reato di tortura: Matteo Renzi, presidente del consiglio, 7 aprile 2015: “quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura. Questa è la risposta di chi rappresenta un Paese”. In quella giornata l’Italia era stata condannata per le torture alla Diaz; Andrea Orlando, ministro della Giustizia, 9 aprile 2015: “il voto sul ddl che introduce il reato di tortura sia il più ampio possibile, così che sia un risultato da portare davanti alla Corte di Strasburgo di tutto il parlamento”.Il voto alla Camera ci fu e la proposta fu approvata ad aprile 2015. Passò al Senato e tuttora è rimasto lì. Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia, il 16 giugno scorso ha rilanciato: “A nome del governo affermo che una legge che punisca la tortura sia approvata”. Anche se imperfetta, speriamo che sia giunta l’ora.

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